Ci resta ora ad allegare l’autorità la quale indirettamente, e per ciò stesso tanto più concludentemente, depone in favor della identità dei due Menachem. Io non so se ne abbiate contezza. Ma oltre le opere di Giuseppe in greco dettate, e che furono tradotte, si può dire, in quasi tutte le lingue dell’Europa, ve ne ha un’altra in puro ebraico distesa, che mostra di appartenere allo stesso autore, ma della cui autenticità molti dubbj sorsero e durano tuttavia. Or bene in quest’opera ebraica, nel Josifon, al cap. 55, dove si parla della restaurazione del Tempio per opera di Erode, narra pure la famosa predizione del regno fatta da Menachem ad Erode ancor fanciullo.—Ma come la narra? Certo come la narrava l’antico Giuseppe, tranne solo una frase che nel primo non esiste e ch’è per noi il più luminoso attestato della identità dei due Menachem. E là, ove nominando per la prima volta il profeta Menachem, oltre porlo nel novero dei hasidim e hahamim, cenno, come vedete, di gran rilievo, lo qualifica a dirittura collega di Sciammai, lo che è appunto ciò che andiamo cercando, null’altro potendo essere un Menachem collega di Sciammai se non quello che appunto come collega di Sciammai è qualificato dai Talmudisti. Se poi a tutto questo aggiungete che Erode fu, secondo il Josifon, secondo il Talmud, e secondo il greco Giuseppe intimo dei Farisei, sotto le cui bandiere acquistò e conservò la corona; che fu stile generale, costante dei Dottori farisei l’annunziare da lungi i grandi destini, specialmente ai fanciulli come Gamaliel a Giosuè ancor fanciullo prigioniero in Roma, come Rabba di cui leggesi in Berahot ai due discepoli che aveva commensali; che più particolarmente si occuparono di vaticinare il regno ai futuri monarchi, come Rabban Joanan Benzaccai a Vespasiano ed a Tito, come Ribbi Achiba a Barcohaba, l’Arminio di Palestina, se pensate che tutti i Rabbini posteriori come il Seder Adorot che lessero nel Josifon il fatto di Menachem, l’intesero qual personaggio identico di fatti al Talmudico Menachem; se tutto questo aggiungete, avrete un fascio di prove così stretto, così aderente, che insieme al racconto talmudico, rispondente al racconto flaviano, insieme alla concordanza cronologica dei due avvenimenti, forma tale congerie di fatti così cospicui da costituire una vera e propria dimostrazione evidente, da provare soprattutto questi due fatti capitalissimi: la conoscenza che ebbero degli Esseni i Dottori nostri contro la sentenza comunemente adottata, e la identità appunto di Esseni e di Farisei, dappoichè questi ultimi dei primi favellano in guisa nel loro Talmud, come se proprj fossero del Farisato gli Esseni, propria la loro storia; proprie le glorie, e proprio tutto ciò che ad essi si attiene.

E poichè abbiamo preso a narrare le loro predizioni, mestieri è pure che d’altro qui si favelli che merita pure tra quelle narrate luogo cospicuo; e forse pegli autorevoli deposti, merita anzi sovra tutte il primato. Voi avete udito Giuseppe narrare delle esseniche predizioni. Or bene: Giuseppe, siccome quello che visse un anno nella società degli Esseni, doveva pure pretendere al Profetismo, e difatti Giuseppe apertamente v’aspira. Che dico? Narra egli stesso nel 3º libro delle Guerre Giudaiche come, stretto d’assedio in Jotapat, predisse agli abitanti che la città cadrebbe dopo 47 giorni di resistenza in poter dei Romani, e ch’egli stesso sarebbe caduto vivo in poter loro. Non basta.—Ciò che il Talmud narra di R. Johanan Ben Zaccai, ciò che udiste poc’anzi da questo Dottore qual presagio di prossimo regno a Vespasiano, ed a Tito, Giuseppe di sè stesso lo narra. Racconta Giuseppe come condotto nel campo nemico, e presentato a Vespasiano, questi deliberasse inviarlo a Nerone allora imperante; come a sua notizia pervenuto l’intendimento di Vespasiano, alla presenza di Tito e di altri due testimoni lo ammonisse dicendo, lasciasse pure d’inviarlo a Roma perciocchè Nerone ed i suoi successori poco avrebbero ancora da vivere; sapesse che egli solo dovrebbe ormai riguardarsi qual Cesare, giacchè egli, Vespasiano, e dopo di esso Tito suo figlio sarebbero saliti sul trono. Mentiva nel racconto Giuseppe, e fama volle usurpare di profeta agli occhi dei posteri? Così sentenzierebbe una critica superficiale, ma quanto ingiustamente! Poichè se il caso favorisse il temerario annunzio del prigioniero, o piuttosto, le potenze recondite dell’Essena, dell’iniziato, si risvegliassero all’occasione, questo non saprei accertare; ma che Giuseppe non abbia peccato per frode, ella è tal cosa che sfida ogni dubbio in contrario. E sapete chi me lo dice? I contemporanei o poco posteriori a Giuseppe, i Pagani nemici del nome ebraico, quelli che raccolsero di bocca alla fama il prodigioso vaticinio, come correva allor rumoroso sulle labbra di tutti; egli è Dione Cassio nel libro 66; egli è Svetonio nella vita di Vespasiano al 12º libro; e se Tacito non si può annoverare qual testimone della profezia di Giuseppe, si può qual autorità allegare di una predizione almeno congenere. Ella è quella di cui favella nel 2º libro delle Storie, parag. 78. Sorge, egli dice, tra la Giudea e la Siria un monte che si chiama Carmelo, il Dio che in quel luogo si adora reca il nome stesso (qui Tacito sentenzia a sproposito). Nulla statua di quel Dio e niun tempio: un altare solo si erge e il rispetto lo circonda. Vespasiano vi andò e sacrificò. E mentre volgeva nella mente i suoi piani, il sacerdote, consultate le viscere dell’animale, gli disse: Qualunque sia il pensiero che ti preoccupa sappi che ti attendono un vasto palagio, senza limiti possedimento, e lo imperio di genti innumerevoli. Ecco ciò che Tacito racconta. E certo qui di Giuseppe non è memoria; ma se tutte le circostanze valutate del racconto di Tacito; se fate la parte dell’ignoranza nel Dio Carmelo, che non ha mai esistito; la parte del paganesimo nelle consultate viscere dell’animale Beto, sconosciuto e riservato nell’Ebraismo; se cernete infine la narrazione tacitiana di quanto v’ha d’inesatto, d’eterogeneo, rimarrà questo fatto per sè stesso parlante, la predizione del regno a Vespasiano annunziata in Giudea da un Ebreo, da un sacerdote. Il quale fatto posto a confronto colla predizione attribuita dal Talmud a R. Johanan Ben Zaccai, con quella che a sè stesso attribuisce Giuseppe, verrà con essi fuso, assimilato e tutt’insieme faranno un solo fatto, un sol vaticinio, le cui varianti sono in Giuseppe, in Tacito, e nel Talmud, in cui ardua opera sarebbe quella parte d’onore assegnare ad ognuno, che per diritto gli spetta.

Checchè ne sia, gli Esseni si occupavano di predizioni. Ma gli Esseni vantano un testimone di gran lunga più illustre, un pagano dottissimo, un celebre filosofo, il quale conferma le avverate predizioni degli Esseni, e che interdice a chi glie ne pigliasse vaghezza, di prendere non troppo sul serio le esseniche predizioni. E questi è Porfirio, uno dei più grandi neoplatonici che siano sorti nei primi secoli del Cristianesimo. Il quale al dire di Giulio Simon nella Storia delle Scuole di Alessandria, non solo conobbe gli Esseni e le loro predizioni, ma le confessò veridiche e confermate dal fatto. Confessione di gran rilievo, e per la religione e per l’ingegno non comune del filosofo pagano, il quale meritò che nel Trionfo d’Amore di esso poetasse il Petrarca:

Porfirio, che d’acuti sillogismi
Empiè la dialettica faretra.

LEZIONE VENTESIMOTTAVA.

La storia delle predizioni degli Esseni ci ha occupato nella passata lezione, qual corollario della loro antropologia, qual parte della loro dogmatica. Ma di queste predizioni noi non abbiamo fatto che la storia reale esteriore, particolare, di alcuni singoli fatti. Ci manca saperne la teoria, la forma con cui procedevano gli individui che se ne occupavano a preferenza. La forma prediletta, peculiare agli Esseni, era l’interpretazione dei sogni. E chi ne ammonisce è Flavio Giuseppe nel 17º delle Antichità, cap. 15, dove narra di Archelao che esposto il suo sogno ad un’Essena, ne ode la predizione della sua futura caduta la quale avvenne veramente com’era stata dall’Essena vaticinata, sendo stato all’epoca prefissa relegato da Cesare in Vienna città delle Gallie. E non solo gli altrui sogni toglievano a subbietto delle loro predizioni, ma di una spezie di rivelazione fornivano altresì nei loro sogni medesimi.—Alla quale e’ pare che si preparassero con le diurne meditazioni, se prestiam fede a certe parole che sul proposito ne trasmise Giuseppe. Pensano, egli dice, a Dio del continuo, attalchè nei loro sogni altro nella fantasia non sorge loro che le bellezze e le eccellenze delle perfezioni divine, e bene spesso dormendo fanno discorsi mirabili di questa divina filosofia. Queste sono testualissime parole di Giuseppe. E benchè siamo nella regione dei sogni, si tratta di cose seriissime più che non credesi, e da fare molto a lungo vegliare. Noi non solleveremo le gran questioni psicologiche, religiose e fisiologiche altresì, che emergono naturalissime da quel curioso fenomeno che si chiama il sogno. Il volgo che crede ovvio, semplicissimo tuttochè non comprende, crede il sogno uno stato, una condizione fisico-morale, spiegabilissimi. Ma per i dotti! I dotti sieno essi filosofi, moralisti, medici, fisiologi, non hanno creduto il fatto così semplice come il volgo s’immagina. I loro libri, le congetture, i dispareri, e specialmente la grandissima questione si può dire odierna del sonno magnetico e quella più antica dei sonnambuli, fanno fede come qualche cosa vi sia là entro che resta tuttavia indecifrato. Ma queste cose basti accennare, e come da lontano additare, senza più oltre soffermarvici che l’argomento non comporta. Piuttosto diremo dei sistemi delle scuole, che credettero i sogni capaci, suscettibili d’interpretazione, fra le quali quella figura per prima che fu tanto meritamente da Giuseppe equiparata all’istituto degli Esseni, la scuola dei Pitagorici. E chi ce lo insegna è tale che già altre volte abbiamo veduto anche troppo circospetto nella scelta e nella critica delle memorie antiche, è il Ritter nella Storia della filosofia. I Pitagorici dunque anche per questo verso porgono la mano ai nostri Esseni, e nuovo punto ci offrono di contatto col grand’Istituto nella interpretazione dei sogni. E se io dovessi di tutto discorrere di quei tempj, di quegli oracoli, che in Grecia tutta, e fuora eziandio, girono famosi per sogni, che colà si procuravano, s’interpretavano, io farei opera interminabile benchè grandemente curiosa e istruttiva. Piuttosto è da vedersi il Clavier nella Memoria letta all’Accademia di Francia sugli oracoli antichi; e se non fosse troppa temerità per me l’esprimere un voto il quale è forse a quest’ora adempito, io vorrei che qualche scienziato, appo il quale non sono in conto di fole le prodigiose indicazioni di alcuni malati sottoposti al sonno magnetico, studiasse i rapporti di questi sogni, di queste cure istintive, e quasi direi autoterapie, colle famose cure di Epidauro, ove i malati dopo diuturne preparazioni ricevevano la notte in sogno i presagi e le indicazioni dell’esito finale dei loro morbi. Ma gli Esseni non hanno solamente l’antichità a complice del loro sistema di predizione. I tempi moderni ci somministrano esempj grandi, cospicui, vuoi di uomini gravi che non del tutto rifiutarono le indicazioni dei sogni, vuoi di fatti storici straordinarj che molto dànno da pensare sulla natura e sul valore dei sogni. Fra i primi non citerò Menasce ben Israel che un capitolo dottissimo consacrava dell’opera sua alla materia dei sogni, e solo nol citerò perchè sendo egli alla perfine Teologo e Rabbino, meglio alle sacre autorità appartiene che alle profane, delle quali soltanto per adesso ci occupiamo. Nemmeno citerò Galeno che narra di un uomo, al quale parevagli in sogno avere una coscia di pietra e che divenne dopo pochi dì paralitico.—Nemmeno dirò di Plinio il quale riferisce di Cornelio Rufo, a cui avvenne di credere in sogno d’aver la vista perduta, e che si destò cieco per amaurosi; nemmen parlerò di Corrado Gemed, che sogna d’essere morso in seno da un serpente, e che gli nasce in fatti sotto l’ascella un bubbone pestilenziale che lo rapisce in cinque giorni di vita; e di questi ed altri simili tacerò, perchè sanno sempre alcun poco d’antico e perciò stesso per i più sanno ancora di incredibile, di stravagante. Ma quanto più singolare a vedersi non è l’ossequio di alcuni dei più illustri moderni! Fra i quali riluce per splendore d’animo e di mente Beniamino Franklin di cui così parla il materialista Cabanis. «Io conobbi, egli dice, un uomo savissimo e istruitissimo, l’illustre Beniamino Franklin, che credeva essere stato più volte ammonito in sogno degli affari che l’occupavano. La sua testa forte e d’altronde libera di pregiudizj, non aveva potuto premunirsi da ogni idea superstiziosa quanto a questi interni avvertimenti.» Così sentenzia Cabanis. E pur, vedete curiosissimo scherzo di fortuna, o piuttosto grave monitorio di provvidenza! Era riserbato al corifeo del materialismo moderno, a Voltaire, all’uomo che involse ogni cosa in un riso universale, il porgere, e porgere, lo che più monta, nella sua stessa persona luminoso attestato della efficacia o almeno della tuttor enigmatica natura dei sogni. Tutti sanno come opera sua sia la Enriade; ma non tutti sanno un curioso episodio nella genesi di quel Poema. Vi è un capitolo che è opera sì di Voltaire, ma non già di Voltaire desto, ma di Voltaire dormiente. Anzi di Voltaire che sogna, e nel sogno prosegue l’opera incominciata nel giorno, e destato si trova più ricco di un capitolo nella tessitura di quel Poema. Non si legge che Voltaire abbia preso da indi innanzi a rider meno dei sogni; la sua filosofia non era ancora passata allo stato di pregiudizio, perch’egli come degli altrui pregiudizj se ne facesse irrisore: ma si legge bensì di un altro, di un vivente, che io non metto certo a paro di Voltaire, perchè troppo lo amo e rispetto, ma che pure non ci offre a veder bene meno sensibile anomalia. E quando dico anomalia per Luzzatto il prestar fede ai sogni, non è certo per quei sogni storici straordinarj, profetici in cui Dio parla all’uomo che sogna, come parlar può e parla difatti all’uomo ch’è desto; ognuno che creda alla rivelazione, che creda alla Bibbia, non può senza incoerenza, senza empietà, discredere a questa specie di sogni; ma dico dei sogni in generale, di quelli che tutti possiam conseguire, della natura loro semiprofetica, del valore loro proprio naturalissimo, e non solo qual mezzo, qual veicolo d’ispirazione. Le quali cose, se non ammesse, quasi consentite dal nostro Luzzatto provano due cose ad un tempo, che le idee Cabbalistiche quando non entrano in certi spiriti per la gran porta, vi entrano per certi calli obliqui ed oscuri pertugi, e quasi non dissi di contrabbando.

Che se dalle autorità e dagli esempi scientifici trapassiamo agli esempi, ai precedenti, ed alle autorità bibliche talmudiche cabbalistiche, vedremo come sempre gli Esseni radicarsi nella più venerata e autorevole antichità ebraica. Io stimo soverchia opera citare gli esempi e le autorità della Bibbia, tanto mi sembrano ovvii e conosciuti. Il sogno non solo lo vediamo figurare in fatto quale suprema manifestazione dei divini voleri, e presagi dell’avvenire in Giacobbe, in Giuseppe, in Faraone, ma egli è altresì, qual grado infimo sì, ma pur legittimo annoverato di profezia, ogni qual volta della gerarchia si favella dei veggenti, e della profetica gradazione; testimone il verso ove Dio parlando ad Aronne e Miriam, chiama a fruire delle sue ispirazioni chiunque per visione o per sogno si sentisse capace di aspirarvi; testimone Saulle, che consultò invano il Signore, dice la Bibbia, per tutte le vie per le quali è consultabile, per la via dei sogni, della profezia e dell’oracolo degli Urim, testimone Giobbe ove qual mezzo di cui Dio si vale per svelare agli uomini le sue intenzioni, parla dei sogni e delle visioni notturne, e di questi tratti chi volesse nella Bibbia raccôrre, ne troverebbe più ch’io non dica espliciti e numerosi. E il Talmud in questo come in altre cose procede alla Bibbia conforme. Non solo il carattere semiprofetico del sogno vi è confessato halom ehad miscisceni bannebuà; non solo il rimanere per sette giorni senza sognare vi è chiarito qual indizio di anima non buona; non solo un lungo novero vi è tessuto delle cose che indicano in sogno lieto o sinistro presagio; non solo i sogni vi si dicono subordinati alla loro interpretazione, massima incomprensibile se non si intende alla luce della pratica essenica che i sogni considerava qual esteriore incentivo, alla mente ispirata dello interprete, non solo si narra de’ Cesari che ai Dottori ricorrevano per la interpretazione dei sogni; non solo mirabilmente conferma il deposto rabbinico una satira di Giovenale, la VI se non erro, ove racconta degli sciocchi Romani che la interpretazione dei sogni chiedevano agli Ebrei colà dimoranti; non solo tutto questo, ma quello speciale carattere eziandio da Giuseppe attribuito alle esseniche visioni quali ispiratrici di discorsi e ragionamenti filosofici, dottrinali, rifulge non meno nei sogni dei Farisei. Nei quali non è raro il vedervi Dottori ammoniti a ritrattarsi di una interpretazione, a più esatta formarsi l’idea di una impurità, a meglio comprendere la pratica di un rito; e ciò che più fedelmente riproduce la fisonomia dei sogni profetici dell’essenato, è quello che vediamo tra i cabbalisti e tra quei Dottori eziandio che senza fare del misticismo precipuo scopo dei loro studj, ne ammettono almeno la veracità e i titoli. Singolar cosa ma pur verissima, oltre gli esempi non oscuri, non scarsi che ne porge lo Zoar, di sogni istruttivi, dottrinali, rivelatori, quali appunto furon quelli dei nostri Esseni, ella è una pratica tra i cabbalisti e tra i loro aderenti, che meglio a capello non potrebbe ritrarre la pratica degli Esseni.—Se qualche urgente bisogno li spinge a consultare l’avvenire; non basta, se qualche dubbio in capo gli tenzona intorno ad un subbietto vuoi dogmatico, vuoi rituale, o in qualche siasi maniera religioso, ella è una via autorizzata, accreditata in cui si mettono speranzosi, anzi fiduciosissimi nella bontà del responso, ed è quella che dicesi sceelat halom.—Nel riposo dei loro sensi, nella concentrazione delle forze loro psichiche, spirituali, eglino credono l’anima capace di comprendere cose che nello stato di veglia saria tornato loro duro a comprendere. E ciò che non è meno singolare a notarsi egli è, come questa specie di responsi siano stati disposti in iscritti e per le stampe eziandio pubblicati, siccome fa fede, per non dire di altro, la edizione non ha guari mandata fuori in Conisberga di un’antichissima compilazione di tai consulti, e di cui informava il mondo israelitico, nel prezioso suo giornale bibliografico Mazchir, il mio dotto amico Marco Steischneider di Berlino.