Giunti a questo punto, l’ordine di questa istoria ci condurrebbe naturalmente a parlare dei dogmi delle dottrine teologiche dei nostri Esseni. E qui invero vasto, e qui nobilissimo aringo ci si schiuderebbe dinanzi. Ma perchè nol poss’io tutto percorrere? Gli Esseni che chiusero ai profani l’accesso delle loro credenze, poco o nulla lasciarono agli storici tralucere delle loro dottrine. Egli è per questo che quelle tenebre istesse che contendevano ai coetanei la cognizione dei loro dogmi, a noi pur la contendono: egli è per questo che anzichè lasciare il freno alle ipotesi, io amo meglio confessarmi ignorante. Certo non si potrebbe negare. Vi sono due sistemi grandi, celebri, antichissimi che gran parte potrebbero restituire delle dottrine dell’Essenato, in cui le idee, lo spirito, si trasfusero del grande istituto, e che perpetuarono sino a noi non pochi di quei segreti di cui furono gelosi i nostri Esseni. Questi sistemi veduto abbiamo parecchie volte soccorrerci all’uopo nelle lacune storiche dell’Essenato; questi sistemi sono quel di Filone, e l’altro di gran lunga più momentoso dei Cabbalisti, ambidue intimi dei nostri Esseni, ambedue risponderebbero eloquenti ove interrogati fossero, con scienza, con critica imparziale, con quel tatto particolare che sa ricostituire i sistemi mutilati corrosi dal tempo, come in paleografia si ricostituisce una iscrizione con parole e frasi mutilate e sconnesse. Il faremo noi? Io confesso l’opera al di sopra delle forze mie; e se non infelice provammo qualche tentativo di siffatta ricostituzione nel corso lungo di queste lezioni, ciò nonostante ella è tale la generale restituzione del dogma essenico, che infinite vi si oppongono e gravissime difficoltà, il campo vastissimo delle indagini, la miscela nel filonismo operatasi di idee greche e platoniche, le tenebre densissime che involgono tuttora la teologia dei cabbalisti, e sopratutto le difficoltà proprie naturali di questo genere di lavori.—Egli è per questo che lasciando a tempi, a ingegni meno infelici il gigantesco lavoro di cui parlo, non più oltre spingerò per ora le mie indagini che le dirette notizie a noi pervenute non lo consentano. E queste, bisogna dirlo, sono poche se non al tutto insignificanti. Riguardano esse meglio la espressione, la veste esteriore che la sostanza delle idee; meglio l’imagine che involge il pensiero che non il pensiero medesimo. E pure, forse sbaglierò, ma credo fermamente che allo scopo da noi prefisso, alla dimostrazione della identità essenico-cabbalistica più monti la omogeneità della forma, che la medesimezza delle dottrine, meglio la imagine che è per sua natura meramente arbitraria che il pensiero che può nascere spontaneamente uniforme in scuole diverse. Ora io oso dirlo. Chi cercasse nel superstite simbolo già degli Esseni le imagini, i tipi che ha comuni coi Cabbalisti, larga mèsse raccoglierebbe di parlantissime analogie: testimone ciò che dice Filone avere appreso da un seguace di Mosè intorno un uomo che si diceva Oriente; ove per seguace di Mosè egli senza meno intende uno dei nostri Esseni. I quali, oltre alla somma venerazione che professavano per quell’uomo di Dio, come attestano in molti luoghi Giuseppe e Filone dal nome suo intitolandosi, meglio vi sembreranno il gran titolo meritare di Mosaiti, se ciò che dissi nelle prime lezioni ritornerete alla memoria, ed ove seguendo le traccie ultime che gli Esseni lasciarono nelle istorie, mi avvenne, se ben vi ricorda, di rammentare Beniamino di Toletola ed i suoi viaggi. Vi dissi allora come narrando egli le pellegrine cose da lui vedute sulle rive dell’Eufrate e del Tigri, di uomini pure va raccontando ch’ei vide menare vita austerissima, anacoretica; ch’ei chiama a dirittura Benè Moscè ossia Mosaiti, e che pel ritratto somigliantissimo noi dicevamo allora ultimo vestigio lasciato nelle istorie dalla primitiva forma del grande istituto.—Io non aveva allora letto per anco uno degli ultimi numeri del buono e dotto giornale Magghid. Ma quale fu la mia sorpresa scorrendo un recentissimo articolo di quel periodico! In esso con bella e giudiziosa erudizione si prova appunto ciò che io non osava proporre che quale ipotesi; si prova cioè non altr’essere i Bene Mosciè di cui favellarono i nostri viaggiatori del Medio evo, di cui parlò Beniamino di Toletola, di cui parlava eziandio Eldad adani; che gli ultimi e sbandati successori dei nostri Esseni. Ch’io mi sappia, niuno finora recò in mezzo il nome che loro impone apertamente Filone, niuno avvertiva qual peso immenso rechi nella critica bilancia la deposizione di tal uomo. E pure Filone non potrebb’essere più esplicito, tanto più che di niun altri può intendere Filone per Mosaìti che dei nostri Esseni; e pure nulla più osta all’uso, allo stil di Filone che il supporre in questo nome significato il popolo ebraico ch’egli mai sotto il nome non designava di Mosaìti. Ma se Mosaìti sono indubbiamente, come vediamo, gli Esseni, che cosa di essi dice il nostro Filone? Ei dice, e voi l’udiste, che un uomo, un essere riconoscevano, che si chiamava Oriente. Io vorrei che voi aveste potuto leggermi in cuore quando la prima volta imbattevami in questa frase, la sorpresa, la dolce sorpresa che provai in quell’istante.—Ma quanto per voi facile ora stesso l’imaginarlo!—Pensate ai gravi dubbii promossi sull’antica data del Cabbalismo; pensate al confronto non mai intrapreso tra gli Esseni d’indubitata antichità, ed i Kabbalisti gridati da alcuno modernissimi; pensate che una delle emanazioni divine si chiama appunto nella fraseologia cabbalistica ora Chedem, ora Mizrah, ch’è quanto dire Oriente; pensate che nei libri Talmudici che alludono ad ogni tratto, checchè ne dicano critici ingiusti, alle idee cabbalistiche, che nel Talmud, io dico, Dio stesso è chiamato a dirittura Chedem Oriente; pensate a questo e poi mi dite che cosa avreste provato al mio posto leggendo dei Mosaiti di Filone, che dicevano esserci un essere che si chiamava Oriente. Certo che la sorpresa, l’aspettazione sarebbe stata già grande. Ma quanto più grande dopo lette le parole gravissime di Filone, che seguono!—Nelle quali dopo aver detto testualmente che questo nome non s’addice ad uomo mortale, che si parla della imagine immateriale di Dio, dimostra poi a lungo non altro essere quest’Oriente che il Pensiero e la Parola eterna di Dio, che l’archetipo delle cose create, che il mondo intelligibile, modello, come vi dissi in una recente lezione, del mondo sensibile. A queste parole chi per poco abbia fruito della riposta nostra teologia, non può a meno di sentirsi colmo il petto di soavità ineffabile, la quale sempre e sempre più andrà crescendo colla lettura di Filone quando dirà essere questi il verace uomo, come verace Adam il chiamano i cabbalisti, Adam aelion, e nella parola Adam trovano il Scem Ma che si appunta nello stesso principio; quando lo chiama sommo sacerdote, come sacerdote supremo Coen gadol il chiamano i Cabbalisti, e più altre infinite cose che per la natura loro astrusissima e gelosa bello è il tacer, siccome il parlar colà dov’era. Ora, da tant’altezza conviene calare a regioni più basse; e pure nuovo documento ne trarremo a provare, mercè la identità dei segni tra le due Scuole, l’unità, la medesimezza della origine. Quando parlerò delle pratiche esseniche, e sarà questa l’ultima parte di questa istoria, ne farò allora, siccome a luogo opportuno, nuova menzione; ma egli è un uso, una pratica degli Esseni, che esprimendo una delle forme, uno dei segni più comuni del loro pensiero, mestieri è pure che qui abbia luogo condegno. La destra, dicevano buona, sacra, fausta eziandio; la sinistra gridando invece rea, impura e nefasta: quindi alcune regole pratiche che muovevano dallo stesso principio: quindi lo sputare a destra interdetto: quindi la destra qual segno di onore conceduta al maggiore. Queste pratiche verranno in campo a tempo opportuno, e vedrete quanto in esse eziandio vi sia di Biblico, di Rabbinico, di Farisaico; ma ciò che si vuole qui apprezzare, è il simbolo la destra e la sinistra, tolte, l’una qual sinonimo di bene, l’altra qual imagine rappresentatrice del male.—Nel qual simbolo, due ebbero famosissime scuole i nostri Esseni.—Certo più a discepoli che a maestri ebbero in primo luogo i Pitagorici che nella loro Decade posero Destra e Sinistra quali idee ed espressioni antagonistiche. Ebbero poi, e questo è più rilevante, i teologi cabbalisti, i quali come gli Esseni, come appunto i Pitagorici, posero a loro posta nella Decade loro il Jamin e il Semol, quai principj avversi antagonistici, nella guisa stessa dei due principj del dogma iranico Otmuzd e Arimane; ma colla gran differenza che mentre i Persiani ne costrussero il Dualismo facendo due Esseri, due Dei, due principj indipendenti, l’Ebraismo serbò intatta l’unità suprema di azione, di piano, di ultimo fine, come lo stesso simbolo il prova di Destra e Sinistra, quasi due braccia che si radicano nell’unità del corpo, e ad una mente sola obbediscono, ad un solo volere. Io potrei qui, a proposito di Destra e Sinistra, recare in mezzo due luoghi d’oro che attestano la presenza fra noi delle idee cabbalistiche nei tempi talmudici—l’uno tratto dal Talmud in Scebuot, l’altro, non v’imponga il brusco passaggio, nelle Clementine—opera semiapostolica di cui fu fatta recentissima edizione, non saprei dire se in Berlino o Parigi. Fatto è che tutti i lettori del Debats del 25 di agosto passato, potuto avrebbero avvertirlo in un seguito di articoli, se anche i giornali fossero letti con quel nobilissimo intendimento di trovare dovunque le sacre vestigia della verità.

LEZIONE TRENTESIMA.

Questa Lezione chiude la seconda parte della Storia degli Esseni, quella che riguarda la loro dogmatica. E comunque troppo più a lungo sarebbe proceduta la presente trattazione, se completo ci fosse stato trasmesso il sistema lor teologico, ciononostante e perchè ciò non è avvenuto, e perchè duro troppo tornerebbe al presente ricostituirlo per intero coi frammenti del Filonismo e del Cabbalismo, egli è perciò che, più breve forse che il tema non comporta, riesciva l’esame, la sposizione della loro dogmatica. Questa lezione dirà quel poco che ci rimase dei nomi divini tra gli Esseni gelosamente serbati, della loro Fisica o Cosmogonia, del concetto nobile superlativo che si formavano gli Esseni delle proprie dottrine, e in ultimo quell’autorità sarà qui riprodotta, che attesta in generale la concordanza da noi propugnata fra il sistema degli Esseni e quello dei Cabbalisti.

Voi non lo avete certo dimenticato. Quando parlavamo della istituzione degli Esseni, quando toccavamo degli Iniziati, del giuramento che lor s’imponea, noi trovammo, nella formula del loro giuro, l’obbligo di conservare scrupolosamente i nomi degli Angioli.—Non basta: io vi feci notare allora come sempre le intime corrispondenze fra Cabbalisti ed Esseni; ma se luogo vi è di questa menzione meritevole, egli è senza meno il presente, nel quale si favella della Dogmatica degli Esseni, e dove per diritto debbono entrare i sacri nomi onde si parla; i quali benchè rechino il titolo di nome degli Angioli, pure per poco che le frasi si conoscano, e le appellazioni dei Cabbalisti, alludono manifestamente ai nomi, agli attributi di Dio e delle sue emanazioni. Non per questo ripeterò le cose già dette, ma se oltre le discorse analogie in proposito, oltre la nomenclatura angelica solo esistente nei due sistemi che diciamo identici se oltre il carattere fra loro comune di nomenclatura gelosa, riservata, vi può essere qualche cosa che meriti ancora attenzione, che destar possa la curiosità degli studiosi, che sappia, se non erro, di novità, che sia, se oso dir tanto, una verace scoperta, ella è la citazione presente, che appunto pel suo insigne momento vi ho serbato per la presente lezione. Quante volte non abbiamo udito gli storici sentenziare, della niuna contezza che i dottori nostri si ebbero dell’Essenato; quanto subbietto di meditazione e sorpresa e quante volte altresì abbiamo côlto in fallo la pretesa ignoranza e mille cenni ed allusioni rintracciato fra i dottori dei nostri Esseni. Io credo che i dotti di buona fede non ne ricuseranno la importanza, le conseguenze. Ma per la citazione che qui si dice, il potrebbero quando pure il volessero? potrebbero continuare come s’è fatto finora a proclamare muti, inconsapevoli, i Rabbini dei nostri Esseni. Il provino se pure il possono. Provino a cancellare quanto è scritto nel III di Jomà nel Talmud di Gerusalemme. Provino a far sì che non si legga come vi si legge—di un Asseo di Sipporì in Palestina che disse a Rab Papà figlio di Hamà: Vieni e ti comunicherò i santi nomi di Dio.—Rispose l’altro: Nol posso. E perchè? Perchè mi cibo delle decime; e chi li apprende, non può mangiare il pane di nessuno. Qui tutto parla con eloquenza irresistibile dei nostri Esseni. Il nome di Assè più manifestamente e irrecusabilmente essenico dello usato, perocchè scritto in guisa (Assé) che non si potrebbe confondere con Asiâ medico il quale esigerebbe un Alef finale che qui non esiste; lo assurdo che semplicissimo medico s’intrometta nei nomi di Dio, e tanto addentro se ne addottrini da erigersi a maestro di teologia di un dottore; il luogo patria dell’Essenato, la Palestina Sipporì in ispecie, nelle cui vie per singolare coincidenza abbiamo veduto nelle prime lezioni aggirarsi un Rohel,—venditore di farmaci, sotto la maschera del farmacista riconosciuto abbiamo un della setta;—nomi di Dio che gelosamente si comunicano, come si comunicavano tra gli Esseni; e per ultimo, il gran rifiuto fatto da R. Papà per la eloquentissima ragione, ed essenica per eccellenza, che non essendo egli della scuola, non vivendo della vita sociale, vale a dire, com’egli dice, cibandosi alla tavola altrui, non sentivasi degno aderire all’offerta.

Ora di ciò che insegnavano gli Esseni, dell’origine delle cose, degli elementi primitivi della fisica o cosmogonia che facevano parte del loro sistema. E qui mestieri è prendere a guida Filone, e ciò ch’egli sul proposito insegnava. Filone professò la fisica della scuola Jonica di Talete di Mileto; e se di Grecia e Talete unicamente favellò, non è già che l’Oriente non offra esempj più antichi ed illustri; ma solo perchè la scuola Jonica esercitò più diretta influenza sulla formazione dei sistemi successivi, e protrasse la sua azione sino ai tempi di Filone, che in Grecia e in Palestina attinse gli elementi della sua filosofia. Filone dichiarò l’acqua materia prima di tutte le cose, e se Defendente Sacchi disse deridendo avere così detto Talete perchè l’acqua vedeva entrare in gran parte nella vegetazione delle zucche, il principio di Talete, non solo offre grandi analogie colle cosmogonie antiche Orientali, ma si riappicca alla cosmogonia mosaica, si riflette nel sistema dei dottori.—Ciò che più monta, nel sistema e nella simbologia dei Cabbalisti, e non lascia di avere un senso, un valore, una riproduzione nei sistemi scientifici odierni di geologia e cosmogonia.—Delle prime, delle affinità, delle relazioni colle cosmogonie dell’Oriente, non parlerò perchè troppo vasto il campo delle ricerche. Ma come tacere delle altre! Della cosmogonia Mosaica che chiaro e spiccato offre il principio Essenico che mostra nell’acqua lo stato primigenio e l’origine di tutte le cose.—Dei dottori Talmudisti che ragionando sul Genesi, meglio ancora posero in luce e più precisamente formularono il principio cosmogonico di Mosè; che fecero uno studio geloso, riservato, formulato dei primi capitoli della Genesi, che chiamarono Maasè Berescet; che oltre al senso fisico, cosmogonico che ha il racconto Mosaico, ne rivolsero le frasi, e il vocabolo acqua rivolsero a significare l’idea filosofica astrattissima di sostanza, quando dissero dei Maim aelionim e dei Maim attahtonim, quando Rabbi Achibà, in un dettato aureo momentosissimo ed attamente deponente in favore dell’antichità cabbalistica, diceva ai discepoli: Quando a contemplare giungerete le pietre marmoree purissime, non dite: acqua! acqua!—Dei dottori Cabbalisti che fecero eco alla simbologia dei dottori e del vocabolo acque fecero applicazione estesissima in senso multiforme; e infine del senso che potrebb’aver tuttavia nella scienza moderna. La quale si divide anch’oggi in due campi nemici, sull’origine delle cose; e dà quindi luogo a due diversi sistemi di geologia. Si forma il primo di quei geologi che credono la terra avere ab ovo presentato una massa fluida, che andò di mano in mano indurando, e che per questo appunto si chiamano Oceaniti o Nettuniani. Si forma l’altro di quei geologi invece, che ammettono nell’origine uno stato di incandescenza, che andò di mano in mano raffreddandosi e che per questo appunto si dicono Plutonisti.

E non solo gli Esseni, e con essi Filone e con essi Talete, e la scuola Jonica in generale, e con essi per avventura i Talmudisti e la Genesi, ma con essi ancora, se ben lo intendo, il Signor dell’altissimo canto, l’antichissimo Omero. Il quale con una frase che diè molto a pensare agli interpreti, e che parvemi sempre cosmogonica e geologica per eccellenza, chiama frequentissimamente gli Dei col titolo d’oceaniti; null’altro volendo significare a parer mio, che lo stato primitivo della materia caotica dalla quale sursero le forze tutte della natura o, per parlare colla lingua dei Greci, gli Dei maggiori e minori, i quali com’è facile provare coi filosofi e coi poeti alla mano, altro non erano in verità che quelle forze istesse personificate, primogenite sì della creazione, ma figliuole pur esse della gran madre natura, che nel suo stato primitivo, confuso, disordinato, portava il nome di Caos; il quale Caos vediamo infatti figurare a capo delle greche teogonie, anteriore agli immortali medesimi, padre e generatore antichissimo di tutte le cose. E questo basti della fisica e cosmogonia degli Esseni, potendo ognuno, che più a lungo sedere volesse a mensa sull’argomento, consultare Filone da cui i brevi cenni abbiamo imparato che qui si espongono.

Ora che conchiuso abbiamo quel che concerne la dogmatica degli Esseni, o per dir meglio, quel poco che di essa ci resta, dobbiamo far due cose: dobbiamo prima dire del concetto che delle proprie dottrine si formavano gli Esseni; dobbiamo dire in ultimo, del concetto che noi stessi ce ne dobbiamo formare. Voi lo avete le mille volle udito. Se v’è nulla di vero, di dimostrato nella storia degli Esseni, è la loro parentela coi Cabbalisti.—Se i Cabbalisti ebbero padri antecessori, ei sono gli Esseni. Se gli Esseni ebbero figli discendenti continuatori, ei sono i Cabbalisti. Or bene: questa verità che non ho cessato di proclamare, è posta, se è possibile, in luce ancor più sfolgorante dal giudizio, dalla stima, dal concetto che di sè, che delle proprie dottrine si formavano gli Esseni.—Ch’è quanto dire il giudizio che di sè tuttavia e delle proprie dottrine si formano i Cabbalisti. Concetto grande, altero, superlativo, se altro fu mai; concetto che fa della loro dogmatica, la sola vera, la sola divina, la sola rivelata; dogmatica che ingenera nei suoi professori il vanto pubblicamente spiegato di possedere intiero, esclusivo il midollo, il secreto, la vera essenza del Mosaismo, che fa loro riguardare come profani i fratelli loro di religione che discredono o disconoscono la verità dei loro dogmi, e che per stringere tutto in breve detto, gli meritava e gli merita tuttavia dagli avversarj l’epiteto di esclusivi, d’intolleranti, mentre, com’ho provato nella mia ebraica operetta, niuno più meritossi invece il nome di tollerante, se si tratta delle persone; e niuno più legittimamente di essi mostrossi intollerante se si tratta delle avverse dottrine. Or bene questo giudizio qualunque esso sia, egli è quello, ve lo diceva, che di sè e delle proprie dottrine si formavano gli Esseni. E nel riferirvelo userò parole non mie, non arbitrarie, non parafrastiche, ma rigorose, testuali, quali uscivano da penna per nulla interessata nella presente questione, e che consuona mirabilmente coi vanti poc’anzi uditi dalle labbra dei Cabbalisti. E questa penna è quella del Nicolas, professore in Strasburgo, che tali scrive nella Revue Germanique memorande parole, nelle quali vi scongiuro ammirare la perfetta conformità coi vanti dei Cabbalisti:—Les Esséniens prétendaient avoir le secret du Mosaïsme:—non basta—et regardaient comme des profanes ceux de leurs corréligionnaires qui étaient privés de cette connaissance.—Ma volete di più? volete misurare il valore dell’argomento, volete vederne la forza probatoria? Or bene; riprendete il Nicolas, e vedrete che da questo fatto medesimo, da questo vanto, da questo concetto, che di sè formavansi gli Esseni, egli prova, egli conclude trionfalmente, e che? forse la derivazione stessa dei Cabbalisti? No! ciò è poco, perchè il proverebbe nella questione parziale; ma prova e conclude da questo fatto la derivazione dall’Essenato, di quella setta di filosofi che si dissero Gnostici, i quali non dissimile vantazione menavano pur essi delle loro dottrine: la illazione pare evidente; l’argomento che vale pel Nicolas, vale anche per noi, e se si può dimostrare la derivazione del Gnosticismo dai più antichi Esseni, potrà quella eziandio dimostrarsi dei dottori Cabbalisti.