Ma io vi diceva che oltre il concetto che di sè formavansi gli Esseni, e questo abbiamo veduto, quello altresì, quel giudizio, quella sentenza avremmo dovuto non meno esaminare, che noi stessi ragionevolmente dobbiamo recare sulla dogmatica degli Esseni. Io credo che sia necessario formarsene un concetto generalissimo, e tanto mi par necessario, quanto non avendo potuto noi esaminarne i dogmi, parte per parte ci convenga più precisa, ed accertata, formarsi una idea dello insieme in quella guisa che Mosè non potendo entrare nella terra promessa, si fermò a lungo a contemplarla sopra i monti di Moab, e in quella guisa medesima che un pittore non potendo studiare per minuto una fisonomia che gli fugge, cerca di cogliere in quell’apparizione fugace l’espressione generale e il tipo supremo sul qual è coniata. Ora questo concetto, questo giudizio generalissimo non sarem noi che il proporremo. Dopo tutte le cose anzidette, dopo avervi tutta la mente mia fatta aperta, sulla consanguineità cabbalistica, troppo parrebbemi aver sembianza di giudice parziale e troppo quindi disdicevole a me stesso proporvi un giudizio.—Ve lo proporrà un filosofo, un libero pensatore—un francese del secolo XIX, ve lo proporrà il Frank. E ve lo proporrà a proposito di Filone e del suo sistema, del quale le intime attinenze conosciamo da lungo tempo colla scuola degli Esseni, tantochè, ciò che di Filone favella il Frank dovrà essere intesa quasi degli Esseni istessi ei favellasse, null’altro essendo, a veder bene, Filone, che il filosofo della setta, l’interprete dell’essennato al mondo pagano, e se così emmi lecito esprimermi, l’Apostolo dei Gentili. Ora udite come intende il Frank i rapporti tra Filone ed i Cabbalisti. Come si esprima reciso, e com’egli, d’altronde se riservato, non tema di usare niente meno che queste parole: Tous les principaux traits de la philosophie de Philon se retrouvent dans le Zohar avec moins d’éclat et de profondité.—Sì, se intende metodo ed arte—no, se intende splendore e altezza d’idee e di eloquio. Ma il signor Frank non è uomo da sentenziare senza un perchè, ed eccolo testuale: Comme Philon, le Zohar s’appuie sur les traditions juives interprétées symboliquement; comme lui, il est tout à la fois mystique et panthéiste. Cet Eusoph supérieur à l’Être et à l’intelligence, le mystère des mystères, l’inconnu, l’ineffable, rappelle le Theos Agnostos de Philon: le Juif Alexandrin et helléniste a dit en grec ce que les Juifs de Jérusalem ont dit en hébreu; e così via discorrendo, ponendo continuamente a riscontro i due sistemi. Ma il signor Franck non è solo a pensarla siffattamente. Il signor Frank che, per lo assunto da lui intrapreso, per quella specie di riabilitazione che tentava del Cabbalismo, potrebbe sembrare a taluno pregiudicato, e forte nonostante di tutta la forza della scienza germanica contemporanea, ed ha per se il fiore, l’eletta dei più valenti e autorevoli critici dell’Alemagna. Il Nicolas, di cui udiste non ha guari menzione, e che compendiava quanto di meglio provato resulta dalle ricerche di quei dottissimi, usa parole che non la cedono certamente a quelle che udito avete del signor Frank, e che a parer mio anco più urgentemente concludono in favore dell’assunto, avendo preso il Nicolas a parlare non già di Filone singolarmente, ma di tutti gli Esseni, e della scuola direttamente. Della quale così si esprime: Deux philosophies, fort analogues, me paraissent être sorties de l’Essénisme: le Gnosticisme et la Kabbale. On peut supposer que les Esséniens qui embrassèrent le Christianisme, s’en firent une conception conforme à leurs principes antérieurs, et ce fut le Gnosticisme; et que ceux des Esséniens qui restèrent Juifs, continuèrent les spéculations de leur secte, et ce fut la Kabbale. Parole vere e belle, e che compensano con usura le pretese ingiuste, mel perdoni la sua amicizia, del nostro illustre Luzzatto.—Ma contro di questi non abbiamo solo i nomi ricordati;—abbiamo tale che, per quanto suoni nuovo per avventura ai vostri orecchi, si levò altissimo fra tutti i moderni filologi tedeschi, e questo è il Baur. M. Baur, continua il Nicolas, les regarde (riguarda Gnosticismo e Cabbalismo) comme deux productions semblables, qu’on est obligé de ramener à une source commune.

Ora chi potrebbe dubitarne più oltre? L’esame analitico da me intrapreso e in quella parte attuato che era possibile, l’idea generale che alla sua vista ci si ingerisce, le autorità più competenti, più spassionate, tutto prova la identità da noi propugnata. E questa identità fu da noi perpetuamente dimostrata nella sposizione delle due prime parti di questa Storia, Istituzioni e Dottrine; e che qui hanno termine. La terza parte della storia dell’Essenato che ci rimane a vedere, ella è, e voi lo ricordate, la storia del culto, degli usi, delle pratiche del nostro istituto, ed alla quale colla successiva lezione daremo principio. Esaurita questa ultima parte, e spero tra breve, noi avremo terminato lo studio di una gran scuola, risoluto, quanto lungi si stesero le nostre forze, un problema difficilissimo; e con amore e studio grandissimo notomizzato il corpo venerandissimo, le cui istituzioni sono l’organismo, le cui dottrine sono il cervello e la mente, le cui pratiche sono il cuore e la volontà. Ma in questa autossia, ciò che abbiamo trovato, non fu tutto materia. Broussais, così narra la fama, sendo prossimo a finire, stupiva i circostanti con queste parole: Infiniti corpi notomizzando e di tutti le segrete parti collo scalpello ricercando, mai mi avvenne trovare l’anima dell’uomo. Infelice! che s’ei l’avesse trovata, l’anima non sarebbe. Noi però siamo più felici di Broussais.—Abbiamo trovato nelle indagini nostre l’anima dell’Essenato, il suo spirito, il suo genio, la carne delle sue carni, l’ossa delle sue ossa, il sangue delle sue vene, l’alito, come dice la Bibbia, delle sue nari, e questi è il genio, lo spirito cabbalistico.—L’Essenato è morto; ma il cabbalismo, intima essenza dell’ebraismo, per quanto a terra disteso e di sudario funebre rivestito, e le nenie li facciano intorno e mortorio stragrande gli avversarj di ogni colore, e i neri fraticel, e i bigi e i bianchi, ciononostante come il profeta sepolto, di cui si narra nei Re, non solo vive d’una vita interiore, ma ai grandi morti eziandio la comunica al solo contatto.—Noi abbiamo posto gli Esseni al contatto del grande sepolto; al contatto del cabbalismo; ed a quel contatto, oh miracolo! l’Essenato è risorto.

LEZIONE TRENTESIMAPRIMA.

S’egli è vero che ai sospirosi naviganti l’animo si rinfranca al pensiero della meta vicina, egli non è senza più celere fiducioso muovere il passo verso il termine desiato, che io tocco stasera la terza parte della Storia degli Esseni; dopo avere studiate le loro istituzioni e i loro dogmi, io chiamo a rassegna le loro pratiche, la loro vita. Ma la vita sociale come la vita dello individuo, gli atti dell’una come gli atti dell’altra, possono in tre grandi ordini e sommi capi dividersi secondo il triplice oggetto a cui la vita e gli atti si riferiscono; vi è la vita religiosa che comprende gli atti, le opere che hanno Dio e la Religione per obbietto; vi ha la vita privata che le opere inchiude che all’uomo istesso si riferiscono, i suoi abiti, le sue virtù, le regole che a sè medesimo s’imponeva, e che hanno per ultimo fine lo individuo, la persona medesima; vi ha infine la vita pubblica, la vita esteriore, quelle opere tutte abbraccia nel proprio seno, che al prossimo, alla città, al mondo intero si riferiscono. Egli è per questo che per amore di ordine, di chiarezza, di brevità, io ho in tre parti distinto lo studio della essenica vita. Vita religiosa, ossia culto: Vita privata, ossia abiti e virtù: Vita pubblica, ossia rapporti esteriori. Di queste tre parti, la prima, vuoi per l’argomento fecondo, vuoi per dignità, vuoi per logica preminenza, merita il primo posto, e volentieri glielo concedo. La vita religiosa dell’Essenato si esamini dunque nelle sue parti. E perchè l’ordine si ramifichi nelle più minute parti eziandio del subbietto, si dica in primo del culto che a Dio si rendeva, e del culto istesso quella parte in prima si consideri che riguarda i luoghi religiosi, i tempi, gli oratorj.

Vi è una frase in Giuseppe, che per bene intendere ci conviene che vi riduciate a memoria i tempi in cui visse, in cui fiorì il grande istituto. Qual fu il secol d’oro dell’Essenato? fu quello, si può dire, che più famoso rimase per le calamità infinite che piovvero sul nostro popolo, il primo secolo dell’era volgare. Ei fu allora, nel precipite declinare del nostro sole all’occaso, nella dissoluzione estrema di ogni legame politico, all’ombra del tempio che minacciava rovina, che lo spirito, il pensiero, il genio dell’ebraismo, come fiamma che stia per ispegnersi, mandò pria di finire un ultimo raggio, e quel raggio fu l’Essenato. Ora tra gli Esseni che sopravvivono alla morte di ogni nobil cosa fra noi, e lo eccidio ultimo che minaccia la patria, vi è un testimone; testimone della grandezza degli uni e della miseria dell’altra, della vita possente, rigogliosa del primo, e della disperata e violenta agonia dell’ultima; e questo testimone è Giuseppe. E che cosa dice Giuseppe che dell’uno e dell’altro stato fa nei suoi libri fede continua? Dice parola che mi fece per non brev’ora meditabondo; e il cuore m’empiva di poi eziandio d’ogni indicibile melanconia. Quando Giuseppe, parlando delle pratiche esseniche, dice che gli Esseni non entravano nel tempio per timore di profanarsi al contatto della folla che ingombravalo, parevami nell’udirlo una cosa:—Mi pareva vedere nell’Essenato il genio irato dell’ebraismo trarsi in disparte dall’orribile scompiglio sopravvenuto; parevami trincierato nella sua solitudine imprecare alle passioni, ai peccati, al disordine che infuriavano; parevami, preso in dispetto il tempio, fuggirsene lungi, come fuggita se n’era la gloria di Dio ai tempi di Ezechiele; e come fuggire accennava dal secondo tempio eziandio quando per entro alle sue mura, come narrano Ebrei e Pagani, udissi quel suono, quel calpestio, quella voce di partenza che disse: Esciamo da questo luogo. Io vel confesso ingenuamente. Il primo senso che io colsi nelle parole flaviane, non fu sì vero, sì profondo, non fu questo che io dico: parevami, e male parevami, che qui si trattasse di qualche cosa di ordinario, di normale; parevami volesse dirmi Giuseppe, non riconoscere gli Esseni, non ossequiare almeno in pratica, il culto pubblico, la casa di Dio, il tempio di Gerosolima. Ma quanto ingiustamente! E non solo perchè gli Esseni, Ebrei quanti altri mai, non potevano ragionevolmente disertare tempio ed altari; non solo perchè le cause da Giuseppe assegnate, accennano manifestamente a temporaneo ed eccezionale abbandono, per istudio eccessivo di purità, ma soprattutto perchè la storia parla eloquente, perchè troppo anzi giustifica il ritiro e la diserzione dell’Essenato. Bisogna leggere le storie per persuadersene. Bisogna leggere delle passioni che si scatenavano ignobili, brutte, furiose nel sacro recinto, del sacerdozio venale, ambizioso, intrigante, vendereccio, lussurioso; bisogna leggere degli eccidj commessi sui gradini del tempio, degli altari di Dio conversi in campo di battaglia dalle fazioni che laceravano la patria; delle bruttezze, delle enormità d’ogni maniera che un popolo, che un sacerdozio feroci, farneticanti commettevano all’ombra del tempio. È miracolo dunque se gli Esseni quando Giuseppe parlava, ch’è quanto a dire, allora appunto che le scene discorse si spiegavano in tutta la lor turpitudine, fuggissero lungi da quelle mura contaminate, dalle mura del tempio? È miracolo, quando sapremo le regole rigorose inflessibili che avrebbero dovuto vegliare, e che avevano infatti in altri tempi vegliato alla purità di quel tempio, quando sapremo dalla tradizione che ce lo narra, che tante parti eranvi nel tempio quanti gradi vi erano nel popolo di purità, che altro per esempio era il luogo ai Gentili dischiuso, altro agli immondi per contatto di morti, altro ai Tebulè jom, altro ai Mehusserè caparà, altro alle donne, altro agli uomini riservato, ed altro infine ai sacerdoti? E quando pure queste regole comuni, per ognun doverose, non fossero state ad ogni istante manomesse dal disordine, dall’anarchia imperante, non avevano eglino, gli Esseni, specialissime regole di purità, che non essendo generalmente osservate avrebbero pericolo corso di violazione quando commisti alla folla dei devoti fossero entrati nel tempio? (Vedi Lezione XII.) Ma se Giuseppe accennava di porci in imbarazzo coll’asserzione che abbiamo adesso storicamente giustificata, non meno a prima vista riesce duro a comprendersi quanto egli aggiunge immediatamente. Quando Giuseppe dice apertissimo che gli Esseni sacrificavano nelle case loro, nei loro chiostri, nel loro ritiro, non vi par egli che osti, non solo al deposto della tradizione, ma eziandio ad un testo formale, ove s’interdice il sacrifizio fuori del recinto sacrato? E veramente all’uno e all’altro osterebbe Giuseppe, e non solo dalla legge ingiustificato, ma contraddetto parrebbe ancora dalla storia contemporanea, che non ci mostra in Palestina a fianco del tempio pubblico nazionale di Gerosolima, nè altri tempj, nè altro altare, nè altro culto. Che cosa dunque volle dire Giuseppe quando parlava dei privati, dei domestici sacrifizi dell’Essenato? Io ci ho lungo tempo riflettuto, e solo due possibili spiegazioni mi sovvenivano all’uopo opportuno. Voi lo avete udito più volte. Oltre gli Esseni di Palestina, oltre gli Essenici Chiostri di Terrasanta, vi erano gli Esseni di Egitto, quelli che udito abbiamo chiamar Terapeuti, erano le case, i ritiri di Egitto. Or bene, la storia ci ha serbato un fatto, un gran fatto, per la storia degli Esseni, per la questione presente segnatamente. E questo fatto è la esistenza di un tempio in Egitto, foggiato appunto su quello che inalzavasi in Palestina, di esso contemporaneo e rivale, ed ove il sacerdozio, il culto e sacrifizj e le forme istesse architettoniche dell’edifizio porgevano imagine fedelissima del modello palestinese. Furono eglino al tutto estranei i Terapeuti di Egitto, se non altro alla elevazione, alla conservazione almeno dell’ossequio, che ivi riscoteva generalissimo il tempio egiziano, il tempio di Onia? Io non lo credo: non lo credo, perchè i Terapeuti avrebbero fatto allora scissura ai fratelli alessandrini, nè la storia ci autorizza a menar buono il supposto: nol credo, perchè l’Esegesi tradizionale del verso citato può non aver esercitata, a tanta distanza del centro ortodosso, l’azione sua proibitiva; non lo credo, perchè i Terapeuti di Egitto, per quanto a parer mio Esseni trapiantati in terra straniera, ciononostante come pianta divelta dal suolo natio, non lasciava di offrire sembianza alquanto degenere dall’originario sodalizio per la miscela di idee greche od egizie colà operatesi; e non lo credo infine per un curioso cenno che la mia stella propizia mi offriva in Maimonide. Maimonide, oltre la grand’opera rituaria che lo ha fatto sì celebre nel Rabbinato, è autore di un comento misnico che scrisse all’età di venti anni, e che dettava come altre sue opere, in purissimo arabo. Or bene, in questo comento che io dico, al 13º di Menahot, e là appunto ove nella Misnà si favella del tempio egiziano, del suo fondatore per nome Honiò, io trovo in Maimonide preziosissima indicazione. Quando dice della fuga di Honiò in Egitto, quando narra del favore trovato da esso nella corte dei Tolomei, della grand’opera intrapresa, del nuovo tempio, dei seguaci, degli aderenti che secondaronlo, sapete chi egli annoveri tra i cooperatori e ajutatori del nuovo Esra? Egli annovera una sètta, sono sue parole, Kaptzar. Un pensiero mi sorrideva, mi tentava, e comecchè da principio non osassi confessare nemmeno a me stesso, pure a poco a poco presi coraggio, ed ora a voi lo espongo. Sarebbe egli possibile che nell’informe vocabolo si nascondano i Copti?[88] Ma io oso dire di più: oso dire che non al tutto sarebbe oggi stesso difficile seguire quello strano rivolgimento di casi per cui gli antichi Terapeuti di Egitto divennero in bocca a Maimonide la sètta dei Copti. E questo filo conduttore, questo filo d’Ariana nel nerissimo laberinto ce lo porge la storia. La quale ci addita nei Copti l’antichissima, la primitiva chiesa cristiana di Alessandria fondata da Marco; che ci narra la confusione sino ab antiquo avvenuta, e di cui vi tenni parola nelle prime lezioni, tra i Cristiani di Egitto e i Terapeuti colà stabiliti: le strane pretese d’identità spiegate sino ai nostri giorni dai dottori della Chiesa, e fondate unicamente sopra tale confusione; e infine il nome di Terapeuta usato positivamente nei primi secoli qual sinonimo di cristiano, di monaco, di solitario. Che cosa dunque avvenne a parer mio? Vi era una tradizione sino a Maimonide perpetuata, del concorso prestato ad Onio, al suo tempio, al suo culto, dai terapeuti di Egitto. Di questa tradizione Maimonide ebbe contezza. Maimonide che dimorava in Egitto, ch’è quanto dire nella patria stessa dei Terapeuti, nell’antica sede del tempio Onico, colse in Egitto stesso dalla storia, dalle tradizioni egiziane il fatto in discorso; ma lo colse corrotto, alterato, degenere, quale i secoli e la ignoranza lo avevan ridotto. E così alterato e degenere lo trasmise ai nipoti. Di Terapeuti ebrei si era fatto Terapeuti cristiani di questi, con facile e legittimo transito, e solo l’antico nome traducendo con più moderno vocabolo, si era fatto i Copti.—E i Copti appunto disse Maimonide cooperatori di Onio. E i Copti, ch’è quanto dire i Terapeuti, gli Esseni d’Egitto, ebbe forse di mira Giuseppe quando parla dei privati, dei domestici sacrifizj da loro praticati. E questo è uno dei due sistemi possibili per ispiegare Giuseppe. L’altro è più breve, e non vi so dire se meglio persuasivo. I sacrifizj di cui parla Giuseppe sarebbero patrj, indigeni, palestinesi, sarebbero proprj degli Esseni di Gerosolima; e se la legge a tali sacrifici si opponeva non è tale nè sì generale il divieto che un caso solo non se ne eccettui, che non sia anzi permesso raccomandato, ed a cui potuto hanno dar opera i nostri Esseni secondo Giuseppe. E questo caso è quando non l’Ebreo, ma è il Gentile, ma è il Pagano che offre. Allora ogni barriera si abbassa; allora non più tempio, non più recinto, non più limiti che circoscrivino l’adorazione umanitaria; allora la natura quanto è vasta, un campo, una riva, la cima d’un colle, son tempio condegno al culto di Dio; allora, secondo nostra fede, non solo il gentile può scegliere luogo a sacrificarsi qual più gli talenta, ma ciò ch’è sovrammodo degno di nota, egli è il permesso all’Ebreo conceduto, di dirigerne, di regolarne l’esecuzione, di prescriverne i modi più accetti, di additarne il rito voluto, legittimo e già determinato dalle nostre leggi;[89] allora vediamo i Dottori Talmudisti sul fine di Zebahim, mettersi tutto cuore e tutta anima a secondare le pie vedute di nobili e signori pagani della madre di Sapore, monarca di Persia, insegnar loro il modo di sacrificar più accetto, ad assistere personalmente al sacrifizio, a predicarlo meritorio, e in certa guisa parzialmente antivenire quel ministerio sacerdotale che sarà proprio e naturale d’Israele, alla fine dei tempi.

Ma noi dei sacrifizj essenici ragionando, abbiamo trovato, se la congettura non erra, un loro tempio, il tempio di Onio in Egitto. È questi il solo che pretenda all’onore dell’Essenato? Io credo che di due altri tempj ragioni la storia che più o meno possan vantare essenica cittadinanza. È l’uno quella famosissima Proseuca o Sinagoga che sorgeva, non saprei dire se presso a Tebe o nelle mura di Alessandria, e di cui è menzione pomposissima nel Talmud di Succà, con qualche curiosa variante, tra il Babilonese e il Gerosolimitano, e che rovinò per ordine, dice il Babilonico, di Alessandro, per ordine, dice il Gerosolimitano, e dice meglio, di Trajano l’empio, Traghianos arasciah. Sono le altre quelle sinagoghe di cui udiste parlare in altre lezioni a proposito della vita campestre dell’Essenato, quelle Proseuche campestri, come le chiamano i dottori, ed in cui parevami e parmi ancora vedere memoria degli antichi oratorj dell’Essenato.