Ora una parola della Preghiera Essenica ed avremo finito. Pregavano gli Esseni, dice Giuseppe, al sorger del sole, gli è quanto dire in quell’ora istessa in cui pregavano i Vatichim del Talmud, altro nome dei nostri Esseni, e di cui videro i dottori nostri cenno in quel verso che dice Irauka im Sciamesc. Non basta: Giuseppe ci porge nuovo riscontro colla preghiera dei dottori. Gli Esseni, ei dice, non parlano di alcun affare prima del sorger del sole. E i Farisei pure, e lo dicono e lo raccomandano e lo osservano. Per essi, non solo gli affari, ma il conversare, ma il saluto istesso è interdetto pria che il sole risorto e l’anima ridesta mandino il saluto alla eterna fonte di ogni salute: tanto che vi furono e vi sono tanti Esseni senza saperlo, che imbattutisi per via prima di orare in un amico, usano frase che non è saluto ma è preghiera. Ma ciò che l’animo non ardiva sperare, ciò che parrebbe superare ogni aspettazione, egli è la esistenza, la conservazione tuttavia nella Liturgia ortodossa di un Inno, di un Canto superstite dell’Essenato. E pure di questi miracoli, ed altri maggiori, è capace la bella e feconda per quanto ardita erudizione germanica. Se uomo vi è capace di dar credito e faccia di verità ad una ipotesi egli è senza meno il Nestore dei Rabbini tedeschi, il dotto e celebre Rapaport, gran Rabbino di Praga. Ora secondo il Rapaport vi è una preghiera tra quelle che si recitano nel sabato, che appartiene all’antica Liturgia degli Esseni; ed è quello un ordine alfabetico che incomincia El adon. Credo l’opinione del Rapaport assai verosimile, e ciò che vi parrà singolare, per quelle ragioni appunto che altri la osteggiò. E questi è un dotto e piissimo Rabbino Tedesco, tolto, non è molto, ai vivi, il Zebi Tro Haiot. Il Haiot nell’Imrè Binà trova la congetura del Rapaport inverosimile, e per quella ragione appunto la credo tale, che dovuto avrebbe persuadergli il contrario. Egli trova nel Fur una diversa lezione nella preghiera in discorso, trova che là ove leggiamo Raà veitkin, vide e formò, leggere si debba invece raà veictin, vide e impicciolì la forma lunare; e siccome tale lezione si fonda sopra un’Agadà del Talmud babilonico, ove si dice che la luna dicadde nella gerarchia degli astri, e di stella che era divenne satellite, egli crede che non si possa a buon diritto supporre nelle preghiere esseniche menzione di questa leggenda. Dico il vero, il raziocinio del Haiot, non dirò mi sorprese, sarebbe poco, mi empì di stupore. Possibile dissi fra me! Possibile che tanto abbia egli negletto ed obliato così scrivendo! che abbia obliato come alla perfine la lezione di cui favella non é la sola; ed ove l’altra, punto all’Agadà allusiva, si addottasse, resterebbe la congettura del Rapaport incrollata! Possibile che abbia posto in oblio, come l’Agadà della degradazione lunare sia eminentemente Cabbalistica: e come tale, e come uno dei punti più culminanti del Cabbalismo talmudico, sia portata in trionfo dai teosofi antichi e moderni. Possibile che non siasi ricordato come appunto la lezione da lui proposta prevalga tra essi alla lezione contraria; possibile che abbia posto in non cale un fatto momentosissimo, e che solo basterebbe a dar ragione a Rapaport; voglio dire la importanza conceduta, i lunghi ragionamenti, le speculazioni Cabbalistiche che fa il Zoar su questa preghiera di El adon: è possibile infine come non abbia veduto che non altro essendo gli Esseni che i Cabbalisti antichissimi, se vi è scuola a cui s’acconci la preghiera in discorso che possa dire altamente vide e impicciolì ec.; eglino sono senza meno i nostri Esseni, a cui in verità e tanto meritamente l’attribuiva il rabbino di Praga. Ma se causa vi è di tanto oblio, ella è questa una: il non avere a bastanza il Haiot riconosciuto la identità da noi propugnata tra Esseni e Cabbalisti; l’aver trovato disdicevole ai primi ciò che avea trovato dicevolissimo ai secondi; e se il Haiot vivesse ancora, tanta era la sua pietà e la dottrina, che, oso dirlo, egli avrebbe plaudito ai nostri sforzi, e trovato avrebbe col Rapaport essenica per eccellenza la preghiera di El adon, perchè potuto non avrebbe negare essere la sua lezione per eccellenza cabbalistica.
LEZIONE TRENTESIMASECONDA.
I tempi, i sacrifizj, le preghiere dell’Essenato ci occuparono nelle passate Lezioni. Noi dobbiamo con passo misurato e rapido a un tempo procedere oltre; dobbiamo di quell’argomento favellare che più dappresso si attiene alle cose discorse; dobbiamo, a dir breve, ragionare delle Feste. E prima del Sabato Essenico, siccome quello che torna più di frequente e in cui più luminose spiccano le analogie farisaiche. E queste sono parecchie e di non lieve momento. È la prima quella che riguarda il Muczè. Che cosa è il Muczè? È quel divieto pel quale ogni uso e contatto eziandio ci è interdetto di quegli oggetti, che un officio adempiono proibito nel sabato.—Qual sarebbe a mo’ di esempio una vanga, una scure, delle legna, delle monete, divieto principalmente farisaico e tradizionale. E pure, gli Esseni il conobbero, e non solo conosciuto ma praticato era dal grande istituto, se stiamo a Giuseppe, il quale, con parole che più non si potrebbero esplicite, asserisce a dirittura non solo astenersi gli Esseni nel sabato da ogni opra servile, ma non osare cambiar nemmeno un utensile di posto, ch’è quanto dire il vero e preciso Muczè farisaico. Ma le cose che seguono non solo offrono nuova conferma alla identità favorita, ma anche solo da questa traggono la sola luce e intelligenza possibile; tanto senza la tradizione nostra tornerebbero incomprensibile. Quando Giuseppe, dell’Essenico Riposo favellando, dice che da ogni necessità naturale si astenevano se non costretti, che cosa volle dire Giuseppe? Oso dire che le parole di Flavio riuscirebbero strane, ridicole eziandio, ove al contatto non siano poste della tradizione farisaica.—Ma poste di questa a riscontro, qual cambiamento! Non è dessa che l’uso interdiceva dei purganti nel sabato ove pericolo non corrasi della salute? non è dessa, che alludendo ad uso allor comunissimo, proibiva eziandio quegli emetici che non solo a ristoro della salute perduta, ma per istudio eziandio di crapula, d’intemperanza solevano prendere i parassiti romani? Certo che è dessa, è la tradizione che di tali cose ragiona, ed essa pertanto ci offre quella sola intelligenza possibile all’uso essenico che ricorda Giuseppe.—Ma il terzo punto che concerne il sabato essenico, non meno degli altri eloquente depone in favor nostro. Se gli Esseni, come attesta Giuseppe, portavano abiti distinti nel sabato, se onoravano anche nella loro persona il riposo sabbatico, che segno è? Egli è segno che gli usi, che le pratiche, che le interpretazioni eziandio adottavano dei Farisei, perchè appunto egli è da una interpretazione a Isaia, che trassero i Dottori l’obbligo di recare vesti distinte particolari nel sabato.
Per le Feste, non è questa la prima volta, che ne udite parlare.—Quando cercavamo la derivazione essenica dagli antichi Hasidim, voi lo ricordate. Noi parlavamo di una festa Terapeutica in cui mille spiccavano analogie colla festa della Scioabà; e noi lasciavamo allora indeciso se, salvo il ceremoniale e il solennizzare che era senza dubbio conforme, la stessa festa, lo stesso giorno fosse dagli uni e dagli altri in modo così conforme solennizzato. Ciò che allora mi pareva dubbioso, mi sembra oggi, non so se a torto, indubitato. Io credo che salvo il Rito, e lo ripeto che era conforme, la Festa di cui parla Filone, quella non sia di cui parla il Talmud, non sia cioè la festa dell’autunno, la Scioabà, ma sia per contro la Festa delle Settimane del Pane terreno e del Pane celeste, della terra e del cielo fecondi, la festa di Sciabuot. Io oso dire che se avessi dovuto scegliere a libito mio, qual festa tornar potesse più acconcia al mio sistema, quale più di ragione mi fornisse nelle mie congetture, io non avrei altra festa potuto scegliere se non questa. E pure non l’arbitrio mio, ma le autorità irrecusabili degli antichi ce lo attestano.
E non solo attesta, come dissi, che quella festa era la festa delle Settimane, ma due grandi insegnamenti eziandio ne somministra nell’esporne in primo luogo la teoria e in secondo luogo nel narrarne la pratica. La teoria! Io oso dire che non potrebbe essere più consentanea al vero spirito della Bibbia, e alle più famigerate teorie cabbalistiche. Quando Filone espone le Dottrine terapeutiche sulla festa del Sciabuot, ci pare l’eco fedele delle idee più frequenti e più proprie dello Zoar; ci pare, ciò che è veramente, che uno sia l’insegnamento, una l’origine, una la scuola. Quando Filone fa dire ai Terapeuti il Sette numero santissimo, e quindi santissima la Settima Settimana dopo l’èra nazionale della Pasqua, quando lor fa dire la Settima Settimana casta e sempre vergine, dice cosa che inchiude un mondo d’idee cabbalistiche, che accenna in mille guise a quelle riposte dottrine, che riproduce in modo esattissimo, non solo i simboli e le espressioni più favorite, ma li produce in modo che più non si potrebbe opportuno. Perocchè egli è appunto intorno all’argomento del Sciabuot, che si accumulano, che si affollano nei libri teosofici le idee, i simboli uditi poc’anzi in nome dei Terapeuti, che tu odi, come udito abbiamo dagli Esseni preconizzare, glorificare il Settenario, e quello venerare nella Settima settimana, che ricorrono, come ricorsero appo gli Esseni, i nomi, gli appellativi per la Settima settimana di casta e vergine Bat Scebah, Betulat israel; e che la festa del Sciabuot tu odi come intendevamo or ora dagli Esseni, chiamata il Settenario Sacro e solenne nel Ciclo Annuale.
Ma io dissi che non solo la teoria, ma anche la pratica da Filone narrata non riuscisse meno preziosa pel nostro assunto. Io vorrei avere tra i miei uditori coloro che tolsero a testo delle loro declamazioni l’uso prevalso tra noi di vegliare la notte intera in letture, in meditazioni devote, la notte di Pentecoste, la notte, dice il Zoar, in cui la Sposa s’apparecchia pel talamo nuziale; vorrei che fosse tra gli altri il nostro venerando Luzzatto, e ch’egli, a cui niuno può far da maestro, vedesse quanto giova lo studio dell’Ebraismo extrarabbinico, qual’è a mo’ d’esempio la storia delle sètte, per la rivendicazione di certi veri che non prendono faccia di menzogna se non quando sono isolati da tutte le manifestazioni contemporanee dell’idea religiosa. Egli che nel suo recente vicuah apriva la scena con un pio consesso, con una veglia religiosa per mostrarne, s’intende, la inanità e la fatale rovina col rovinare della base che è lo Zoar che la preconizza; egli così schietto e disinteressato cultore del vero, venga e veda. Veda i Terapeuti, che noi abbiamo sempre predicato antenati dei Cabbalisti, darsi in quella sera istessa in cui si danno i loro tardi nipoti, non già a quelle letture, a quelle pratiche istesse, a quel programma inalterato che vediamo oggigiorno seguito, perchè chi questo esigesse, esigerebbe l’assurdo; ma darsi a preci, a canti; e poichè nel recinto del Tempio di Gerosolima i Hasidim si davano pure alle danze, ed essi ancora i Terapeuti, come attesta Filone medesimo, intrecciare parole, e poi all’alba, come udiste altra volta, di nuovo orare, e tutta insomma quella notte trascorrere in offici che se non hanno la forma istessa dei tempi moderni, ne hanno lo spirito. E poi, potrò io tacerlo per timor di sorprendervi? potrei negare che quella danza istessa, che urta tanto gli abiti, le idee, i pregiudizj contratti, che vi sembra, me lo figuro, sfidare tutti gli sforzi che io spendo a trovarne le vestigia fra noi, è tuttora visibile in qualche parte di mondo, ove si voglia frugare per entro ai costumi dell’universal ebraismo. E perchè dovrò tacere ciò che io ho veduto? Perchè non dirvi non solo che l’uso di danzare in Simhat torà è costume predominante tra gli Ebrei di Africa e di Oriente, ma che nella mia più tenera infanzia io stesso ne fui spettatore? E il santo e pio Coribante era un dottore che Livorno vide prima opulente e generoso sino alla prodigalità, e poi povero e anche più generoso, che amai fanciullo, e stimai e rispettai giovinetto siccome quello che mi parve di cuore e mente nobili elevatissimi, e che, a rovescio del ritratto di Petrarca che disse sotto biondi capei canuta mente, conservò già vecchio la candida, la fervida poesia del cuore: egli dotto, ingenuo, facondo, civilissimo familiare in Londra de’ lord John Russel e del Duca di Cambridge, cultore anzi adoratore di ogni sapere, ma più adoratore della patria nostra antichissima che sospirò negli anni suoi tardi, dove trasse, stanco dei favori e dei disfavori della fortuna, e dove pochi giorni dopo il suo arrivo morì di morte repente, per un bacio divino dicono sublimemente i dottori, Mitat Nescicà il giorno stesso di Sciabuot mentre compieva l’atto suo più favorito, mentre parlava. Ed ei danzava e nel suo privato oratorio con leggiadrissimo e piccolissimo Pentateuco alla mano, rinnovava la scena dei Terapeuti, ed io fanciullo stupefatto guardava, e poi risi, e più tardi pensai, ed ora intendo.—E voi pure, ne son sicuro, intendeste. Intendeste come la danza dei Hasidim veossè Maasè nel tempio di Gerosolima, la danza dei Terapeuti che narra Filone, la danza del santo dottore che ora udiste, sia un atto solo ripetuto in luoghi e tempi diversi, l’espressione identica di un sol culto, di una sola scuola, che si chiama ora Hasidim, or Esseni, or Terapeuti, ora e proprio ora Cabbalisti sempre gli stessi e sempre diversi, sempre gli stessi nella sostanza, sempre diversi nella forma e nei nomi. E sopratutto intenderete il solenne insegnamento, ch’emerge dal soggetto principale del confronto presente, le veglie esseniche e cabbalistiche di Sciabuot in pari modo osservate dalle due scuole tra i primi, tra gli Esseni in alta e incontestabile antichità, tra i secondi in tempi a noi più vicini, ma che posti coi primi al contatto ne formano seguito e anella indivisibili, osservate da entrambi per le stesse ragioni, espresse da entrambi cogli stessi simboli, trascorse da entrambi in atti religiosi se non al tutto conformi.