E ciò che vi parrà, ne sono certo, aperto contrassegno di verità è il linguaggio che tiene lo Zoar a proposito delle veglie medesime. Non basta allo Zoar datare le veglie in discorso da R. Simone e dai suoi colleghi, ciò che bastato sarebbe a un impostore. Lo Zoar con uno sguardo retrospettivo, che non è comune troppo nelle sue pagine, ricorda tempi, uomini, esempj, più antichi come più antichi certo del Ben Johai furono gli uomini, i tempi, gli esempj dell’Essenato, nei quali e pei quali le veglie in discorso erano già state introdotte in Israel. E con quali parole ricorda lo Zoar quei tempi più antichi! Con frase che designa direttamente il grande Istituto, se le tante cose dette in queste lezioni sul vocabolo Hasidim non furono invano. E se nol furono, come non credo, chi non sarà di dolce sorpresa assalito leggendo nello Zoar di Emor queste parole: E per ciò i Hasidim antichissimi non dormivano in questa notte: in cui la parola Hasidim non comune nello Zoar è acconcia propria speciale che nulla più all’epiteto Cadmaè antichi che segue dappresso, essendo, come dissi più volte, il nome di Hasid proprio ai Cadmaè cioè agli antichi progenitori dei Zoaristi, agli Esseni e Terapeuti, anteriori certo allo Zoar e allo stesso R. S. B. J. E non solo il passo citato favella dell’uso in discorso, ma la Prefazione eziandio dello Zoar a pagina 8 diffusamente ne parla. Parla dell’uso come da lungo tempo introdotto, degli uomini che si davano opera, e che sono evidentemente non già i Farisei indistintamente, ma quella parte più eletta che si chiamano habrajà dibnè ekalà deeallà. Si parla di nozze, di tripudj nuziali e quindi l’idea risveglia di danze e di canti; si parla di paraninfi, della mistica sposa che sono i dottori rammemorati; si parla nei libri posteriori della recitazione del Cantico dei Cantici mistico Epitalamio, e quindi sommamente consenziente alle idee preaccennate. Si parla di Tebilà nel mattino seguente di Sciabuot, come abbiamo veduto i Terapeuti di Filone dopo i riti notturni purificarsi con generale abluzione, e questo è notevolissimo riscontro come vedete. Infine uno dei punti delle pratiche stimate meno autorevoli dei Cabbalisti riesce così storicamente rivendicato.

LEZIONE TRENTESIMATERZA.

La prima parte della essenica vita, della essenica pratica, vuole essere qui terminata, la vita, la pratica religiosa.—Dopo i tempj, i sacrifizi, le preghiere studiate nella prima Lezione, dopo i sabati, le feste studiate nella successiva Lezione, vuolsi qui far menzione di due fatti che la storia degli Esseni ci ha tramandati, e che possono agevolmente in un fatto convertirsi. Riguardo al primo, l’essenico giuramento, non quello che lo iniziato pronunziava al suo ingresso, ma quello comune, ordinario, legale che si prestava innanzi ai giudici. Se stiamo a Giuseppe, gli Esseni reputavano spergiuro il giuramento istesso comunque veridico.—Giuseppe non si spiega di più, ma le analogie farisaiche, la legislazione ebraica del giuramento non solo spiegano, ma limitano e circoscrivono nei termini del vero, del verosimile l’asserzione di Giuseppe. Gli Esseni non possono avere considerato spergiuro quel sacramento prestato in modo legittimo pro tribunali, ed in quei casi, in cui non solo la legge il consente ma imperiosamente lo esige. Se questi pure avessero involto gli Esseni nella comune riprovazione, se detto avessero colpevole un atto chiarito da Moisè innocente, e talvolta altresì doveroso, potrebbero più dirsi veraci Ebrei, come pure lo erano eminentemente i nostri Esseni? potuto avrebbero al tempo stesso tributare quella venerazione stragrande all’uomo divinissimo che pur tributavano a segno, come dice Giuseppe, di proclamare sacrilego chiunque meno che reverente favellasse dell’uomo di Dio.—Che se la ragione, la storia, i fatti più ovvj escludono questa lata, assurda interpretazione di Flavio, che cosa resta nella sua asserzione? Nulla a parer mio che mai sia, non solo in grado sommo conciliabile colla legge e le tradizioni farisaiche, ma anche che da esse e solo da esse tragga luce ed intelligenza adequata. Restano i giuramenti insulsi comunque veridici, lo affermare con sacramento fatti notorj incontestati, di colonna marmorea, come dice il Talmud, che è di marmo, di fatti pubblici incontesi che sono avvenuti, e quella insomma molto diversa dal falso giuramento che reca il nome di vano ed insulso e si dice legalmente Sebuat Sciav. Ma questo stesso quanto non giova al nostro assunto! Se ricusato avessero gli Esseni la tradizione farisaica, se dello spirito dei dottori non fossero pieni, se una sola scuola non avessero con essi formato, avrebbero eglino col solo, col nudo testo alla mano, il giuratore insulso dichiarato spergiuro? Io ne dubito, e tanto più esiterei ad ammetterlo quanto più i testi sembrano favorire l’equivoco tra il Sciav e il Sceker, e presentarle ambidue come identiche espressioni di un sol giuro. E se ogni altra prova mancasse, basterebbe questo fatto soltanto, basterebbe vedere la duplice versione del Decalogo servirsi sempre del vocabolo Sciav nel quale non potrebbe non vedersi il vero spergiuro, il falso giuramento. Che se la sola tradizione, il solo farisaico può avere agli Esseni amministrata la legale nozione del giuramento insulso, che sarà poi ove nello stesso giuramento vero legittimo, necessario vedeste le due scuole porgersi amica la mano, e se i Farisei non disdicendo, come disdir non potevano, il giuramento legale, pure li vedeste ristringere nei limiti che più poterono angusti. Se ne circoscrissero l’applicazione, ed anco nei casi indispensabili lo infamarono? Vi è un luogo d’oro nel Tanchumà ove il prescritto del Deuteronomio «ad esso ti attaccherai e pel suo nome giurerai» ove l’autorevole, il legittimo giuramento è a tali e tante condizioni subordinato, di morale, di religione, di virtù pellegrine, che pochi sarebbero coloro che nei secoli più perfetti ne sarebbero degni.

E sono quelle che precedono il verso citato, il pel nome suo giurerai.—Il timore di Dio nella sua più vasta e nobile significazione—il culto perfetto—l’attaccamento, l’amore in cui i dottori pongono il colmo della perfezione religiosa. Ecco secondo i dottori chi può impunemente subire del giuramento la prova. Ma oltre i limiti e la repugnanza nell’applicazione, oltre le condizioni di morale squisito imposte al giuramento,—i dottori nostri ai litiganti che invocavano in causa il giuramento, imposero il titolo infamante di Resciaim, empj, e non solo tali li dissero sui loro libri, nel loro foro interiore, ma legale e pubblica sanzione dierono a questo titolo ingiurioso nel fôro esteriore, e lo dierono quando statuirono tra le formalità del giudizio civile, che dopo avere il giudice colla solenne formola del Scun o vuoi Monitorio, intimato alla coscienza del giurante le gravi pene dalla legge sancite, e la voce del Sinai minacciosa ripetuta ancor una volta al cospetto dei litiganti, che ove, dico, le parti insistessero nullaostante nelle loro pretese, che tutti ad una voce intuonassero i presenti quel verso con cui Mosè allontanava dalle tende ribelli turbe innocenti e: Lungi, dicessero, lungi dalle tende di cotesti malvagi; nè vi appressate a cosa che loro spetti, affinchè involti non siate nel loro sterminio, volendo alludere alla colpa presunta di ambo le parti, colpa d’insulso o di falso giuro, nel debitore, colpa d’irregolare procedimento e d’imprudente fiducia nel reclamante, e tutti e due causa più o meno colpevole della invisa e dolorosa necessità di giurare.

E queste paionmi già abbastanza eloquenti antologie tra Farisei ed Esseni. Ma ciò che vado ad aggiungere è, oso dirlo, di bene altra importanza. Se ciò che prova la identità generica dell’Essenato colla scuola de’ Farisei, egli è, com’è veramente, di non lieve momento, che saranno quelle prove che distinguendo l’Essenato dal comune dei Farisei lo confondono, l’identificano specialmente con quella parte di essi che si dicono Cabbalisti? Se tra il silenzio del farisato talmudico e la formale e solenne asserzione del farisato cabbalistico, vedremo gli Esseni a questi ultimi associarsi e con essi alta e solenne levare la voce in favore di un principio, di un divieto, di una legge taciuta dei Farisei, non sarà egli il più bello, il più urgente, il più irrecusabile argomento in favor della identità propugnata? E che direste se questo singolare fenomeno si avverasse, se un divieto sconosciuto al Talmud, strano, paradossale eziandio secondo il Talmud, fosse dagli Esseni e insieme dai Cabbalisti, e da essi solo, solennemente affermato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. E pure, se ognuno volesse dire a sè stesso, tutto il valore della concordanza presente la identità essenico-cabbalistica, non sarebbe più un problema, e pure se questo fatto solo emergesse dal confronto delle due sètte, bastare dovrebbe a ingenerare grave sospetto d’identità, alla critica più severa. E questo fatto spicca luminoso in Giuseppe, in Filone e poi nel gran Codice Cabbalistico, nel libro del Zoar. In Giuseppe quando interpreta il verso dell’Esodo Eloim lò tekallel quando vi trova, singolare a dirsi! il divieto di maledire, di bestemmiare eziandio i numi gentili. In Filone quando il verso stesso nel modo istesso interpretando, ci trova il rispetto dovuto eziandio alle straniere divinità. E nel Zoar infine, in quel luogo d’oro ove R. Abbà, il compilatore stesso della grand’opera, scrive parole memorandissime che nessuno sospetterebbe potere trovare in libro così ascetico; e che perciò stesso si può credere informato di uno spirito di gretta, di meschina, di esclusiva osservanza. E pure quanto vaste e grandi sono le idee! E non solo la teoria il fatto viene ivi stesso a confermare ed attuare il principio; e la conferma e l’attuazione per felicissima coincidenza, è opera non di uno, di sei dottori Cabbalisti, e tra questi più esplicito proclamator del principio, il dottore dei dottori, R. Simon Ben Johai. Io traduco e voi giudicate, e giudicando spero non troverete troppo enfatico il mio annunzio. Disse R. Abbà: «Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sopr’esso il suo peccato. Vieni e vedi; quando furono gli Israeliti in Egitto, conobbero quei duci della natura che presiedono sopra i popoli universi, ed ognuno di essi fatto se n’era un Dio speciale. Quando furono a Dio stretti col vincolo della fede.—(vera etimologia di religione, come dice Cicerone, a ligando), ed appressolli Iddio al suo servigio, da quei numi si separarono ed avvicinaronsi alla fede suprema e santa. E perciò è scritto: Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sovr’esso lo suo peccato; imperocchè comunque Iddii alieni siano cotesti, cionnonostante avendoli io costituiti a duci per governare la terra, chiunque bestemmi, o dispregi il nome loro, certo sovr’esso ricade il suo peccato, perciocchè miei servi e ministri sieno essi nel governo delle cose create: ma chiunque bestemmia il nome di Dio, non solo come gli altri iniquamente opera, ma la presente e la eterna morte sarà al suo fallir pena condegna. E questo è il principio ben chiaro, bene esplicito, bene eloquente, e per eccellenza essenico, come vedete, senza che io spenda altre parole per comentarlo. Ma io vi dissi che, per non comune ventura, alla teoria seguiva nel Zoar immediatamente la pratica, ed il fatto viene in buon punto a dare il più bel comento al principio. Ed eccolo testualissimo. R. Simone procedeva per via, e con esso erano R. Eliazar, R. Abbà, R. Hijà, R. Josè e R. Jeudà. Giunti che furono ad un laghetto di acqua (notate che le parole testuali sono orribilmente oscure e i più grandi interpreti eziandio confessano di andarci a tentoni), stese la mano R. Josè per raccogliere nel pugno acqua per bere, sendo egli assetato, ma preso da impazienza, forse per l’acqua melmosa, o perchè stette, come vogliono altri, per sdrucciolare: O Lago! sclamò, deh tu non fossi!—Dissegli R. Simone: Reo è il tuo parlare; ministro è questo della natura, e rea cosa è il vilipendere i ministri di Dio, e tanto meno si dee farlo, per quelle creature veracissime ch’esistono per legge del supremo imperante. Nel quale passo per cogliere tutti i preziosi reconditi documenti, mestieri è molte cose ricordare; ricordare il culto paganico dei fiumi e dei laghi, e meglio dei genj che ai fiumi e ai laghi presiedevano e in grazia del qual culto proibirono i dottori macellare animali di ogni maniera in riva all’acqua, quasi fosse omaggio prestato alle Najadi, e ai Tritoni; ricordare poi il culto in genere all’acqua prestato dagli Arabi contemporanei che i dottori dicono Cadriim; ricordare il conto grandissimo che gli Esseni facevano delle rive, lo spirito profetico che si sviluppa secondo i dottori più agevolmente sull’acque correnti, e di cui a dilungo parlammo; ricordare le acque, simbolo veneratissimo, come dicemmo in non remote lezioni, presso i Talmudisti, i Cabbalisti in ispecie; e soprattutto notare quel bel pensiero di R. Simon Ben Johai, che non è persino i più vili oggetti della natura corporea, su cui un raggio non si diffonda, benchè pallido e lontano, della gloria di Dio, nella quale tanto più davvicino si illustrano, si beatificano quelle che il Zoar dice Creature veraci, che vivono nella legge del Supremo Imperante, ch’è quanto dire gli Esseri Ideali, gli intelletti separati, come dicea la scolastica, i quali vivono in Dio come Paolo disse in Dio viviamo.

Noi abbiamo conchiuso quanto a dir avevamo sul culto religioso degli Esseni, o per dir meglio di quella parte delle loro pratiche, che a Dio si riferisce. Però mestieri è che io ricordi, quando nelle primissime lezioni favellavamo dell’origine dell’istituto, molte cose discorse abbiamo al culto di Dio attinenti, che per non menare troppo a lungo la nostra istoria, o furono qui per brevità trapassate, o solo un cenno ne fu dato a rinnovarne la rimembranza. Fra questi sono gli Inni religiosi che la storia narra posseduti dai Terapeuti, che dicevano redati dai loro antichissimi, che cantavano, come vedemmo, nelle feste e nei pranzj, e di cui trovammo corrispondenza tra i Cabbalisti antichi e moderni, e specialmente in uno dei grandi protagonisti del Zoar, nel figlio stesso di R. Simone Ben Johai che non il Zoar, sarebbe poco, ma il Jeruscialmi chiama Pajat e Carob. e Tannaj.

Fra queste le danze sacre, non quelle dei Terapeuti di cui discorso abbiamo anche troppo ora a dilungo, ma quelle dei Hasidim Veaosè Maasè, di cui favella la Misnà, che avevano a teatro le aule del tempio, quella di Illel che diceva danzando Im aní can accol can, parole pregne rigurgitanti di sensi cabbalistici siccome vorrei dimostrarvelo, se l’ora lo consentisse; quelle che dice il Talmud meneranno gli spiriti beati intorno all’Eterno, Sole della vita, come la Rosa dantesca si muove in giro danzando intorno il sole degli angioli, come Dante diceva, e se più oltre volessimo spingere lo sguardo, le danze astronomiche degli antichi, siccome astronomiche erano quelle dei Terapeuti, quali raffigurano, dice Filone, nelle loro danze, udite bene una imagine dei cori e delle armonie celesti, lo che solo potremo intendere quando sapremo la Teoria dei Pitagorici, coi quali tanto confonde e assimila Ilario i nostri Esseni, e che vollero gli astri muoversi secondo le leggi della musica, e tra pianeta e pianeta viddero quelle stesse distanze musicali che Pitagora il fondatore si dicea avere trovato, tantochè il roteare degli astri formava, a detta dei Pitagorici, quella che essi chiamavano, e che restò celebre nella storia della filosofia, col nome di armonia delle sfere. Ora il nostro secolo—gli Arago, gli Herschell, i Leverrier non credono più all’armonia delle sfere. Ma l’armonia pitagorica, a cui niuno secolo potrà discredere se non è suicida, è quella che i pitagorici annunziarono al mondo quando dissero anche per l’anima umana essere l’Anima un’Armonia. Parola profonda che vorrebbe un volume per comentarla, e che basterebbe a provarla quella divina potenza che è in noi d’intendere, di cogliere ogni maniera di logica, di musica, di morali armonie. E voi ne date prova luminosissima comprendendo sì bene quelle che io tanto disarmonicamente vo proponendovi tra le grandi scuole del nostro popolo, tra gli Esseni, i Farisei e Cabbalisti, i quali sono i veri astri che si muovono nell’orbita eterna, che Dio loro ha segnato negli splendidi, nei sereni cieli del vero e del santo.[90]