[58] Queste cose andavamo tra noi stessi conghietturando privi, come siamo, del gran sussidio della letteratura germanica, quando la sorte ci fe’ imbattere in un illustre ausiliare, dell’amicizia del quale ci onoriamo, ed è il sig. Jost nella Storia del Giudaismo e delle sue sètte. Ecco la traduzione delle sue parole recate in idioma francese: «Les Esséniens n’observaient pas si rigoureusement les scrupules rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meghillat Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens.» Il Redattore dell’Univers israélite, che riproduce queste parole, a torto aggiunge: «Nous ne connaissons quant à nous que les Meghillat Setarim de R. Hija:» dico a torto, perchè altre pure ve ne sono, e la nostra del Talmud Gerosolimitano è tra queste. Che si tratti poi di volumi scritti e non di libro ed opera, lo attesta il verbo Catub che nel citarli si adopera, come il nome di Meghillà indicante invariabilmente volume e non opera, come saviamente avvertiva giù Rasci sul Talmud (Irrubin).

Come astenerci dal rammentare altro autorevolissimo erudito tedesco (specialmente in tutto che tende a favorire l’antichità della teosofia ebraica, alla quale si protessa avverso), ed è lo Zünz di Berlino il quale così esprimesi, Cap. VII.: Altra opera pregerolissima andò perduta la quale ragionava di Morale e di Civiltà (Dereh Erez): è chiamata talvolta Meghillat Setarim vale a dire libro in cui si ragiona di misteri; tal altra Meghillat Hasidim, il libro dei Hasidim. Quindi apparisce come questa opera non di leggi rituali soltanto favellasse, secondo che altri pensò, ma più e meglio di Morale e di Dottrina; e tanto significa il nome che reca, e quello eziandio che per entro vi è contenuto. Due punti pertanto emergono dall’opinione del Zünz 1º Che Meghillat Setarim e Meghillat Hasidim non sono due opere, ma una soltanto; 2º Che reca il nome di Setarim pei misteri ch’ella conteneva. L’autore del Rabia ed Ofen, 1837, benchè di gran lunga più ortodosso del Zünz, non consente nelle conclusioni rammentate, e crede che lo Zünz siasi indotto a credere alla identità delle due opere pel fatto che il Ialcut Simeoni, pag. 73. 2, chiama Meghillat Setarim ciò che altre opere (Talmud Gerosolimitano e Sifré) chiamano Meghillat Hasidim. È lecito credere però che non solo questo sia il motivo che della identità fece persuaso lo Zünz; sibbene ancora l’intima convenienza di libri misteriosi ai Hasidim noti nella storia come proavi degli Esseni, come accennammo e accenneremo più volte. Ma il nome di Meghillat Setarim significa veramente libro de’ misteri, come vuole lo Zünz, o piuttosto libro apocrifo (nascoso), come pare intendere Rasci ed altri, e come oppone il Rabia? Noi inclineremmo a credere come il primo, per certe analogie rabbiniche che lo persuadono. Difatti Meghillat Setarim ha la stessa forma che Bet Assetarim. Ora è indubitato che quest’ultimo lungi da significare il luogo riposto, suona invece il luogo ove stanno le parti riposte; così Meghillat Taanit, significa il libro ove sono descritti i digiuni, e non il libro digiuno.—Meghillat Joasin suona il libro che contiene le Genealogie e non il libro Genealogico,—Meghillat Sammamanim vuol dire il libro ove sono descritti i profumi e gli aromi, e non il libro profumato.—Meghillat Kinot, il libro che contiene le elegie e non il libro elegiaco. Non si vuol dire con questo che il Meghillat Setarim non fosse libro riposto oltre il contenere dottrine riposte, che ansi il primo fatto è conseguenza del secondo; nè si vuol negare che contenesse anche disposizioni rituali, ma non si deve nè si può concludere, come fa il Rabia, dal fatto che non sono citate che queste nel Talmud, che altro non vi si contenesse, stante che il supposto da cui si muove, cioè il carattere misterioso delle altre dottrine, impediva che queste pure si citassero. Inoltre vi sono certi caratteri persistenti in tutte le citazioni che del Meghillat Setarim si fa nel Talmud, che formano a parer mio grave indizio della sua parentela Essenico-cabbalistica. Basti osservare: 1º Che nei tre luoghi onde di essa è menzione nel Talmud (Sciabbat p. 6, 2, e 96. 2 Mezia 92, 1) egli è sempre Rab o R. Abba, che dice averla letta e ne riferisce i dettati; ed è sempre presso R. Hija ch’ella fu trovata. Ora Rab e R. Hija sono due personaggi eminentemente teosofici, l’uno come redattore presunto da Zoar di parte di esso, l’altro come uno del soci (Haberim) e interlocutorio. 2º Il Mazati (trovai) onde si vale invariabilmente Rab nel riferirne il contenuto, tanto poco conviene ad una raccolta di ricordi rituali che dovevano essere frequentissimi e molto letti e studiati, quanto bene si acconcia a libri e dottrine per loro indole misteriose. Altrettanto si dica del Vecatub ba (Ed era in quello scritto) locuzione che torna nel Talmud solo allora che si tratta di libri esoterici come il libro di Balaamo (Sanhedrim XI), e quando la citazione non è consentanea al subbietto generale dell’opera. Lo stesso Isi ben Ieuda le cui parole si citano registrate in quel volume: vi è grave ragione di credere che sotto uno dei sette nomi che reca in Pesahim (113, 2) appartenga agli studiosi dell’Agadà, vale a dire della scienza esoterica.

[59] I dottori Talmudici, se quando ripetono le ricevute tradizioni sono Autorità religiosa nell’Ebraismo, non così quando spiegano, e sono allora discutibili come qualunque altro dottore. Ciò intesero ab antico i più antichi loro successori, i quali spinsero soventi volte l’ardimento sino ad interpetrare il testo misnico diversamente da ciò che fecero i Talmudisti, lo che è bene altrimenti grave che non il trovare inesatta la spiegazione di un fatto per loro stessi remoto, e del quale non era imposto loro il ricordo quai maestri di religione. Di questa e maggior libertà usarono anche largamente i moderni, comecchè in fama di Ortodossi quale il Rapoport nel suo Ereh Millim altra volta citato.

Quanto all’orazione protratta e quasi continua che nel Talmud si attribuisce ai Hasidim, non è a tacersi un curioso raffronto che ci porge la storia delle Eresie. S. Epifanio rammenta due ordini di Messaliti, nome notoriamente derivato dall’Arameo Zalla o Zalle pregare (V. Bergier Dict. de Theologie vol. 3º p. 246), i quali s’imponevano la preghiera continua, che credevano adempisse le veci di ogni altro dovere. Non è difficile ravvisare nel più antico di questi due ordini le fattezze dei nostri Hasidim, coi quali se non s’identifica assolutamente, pare senza meno un ramo Cristiano del più antico ceppo Ebraico. È vero che S. Epifanio dice di questo più antico ordine nè Cristiano essere, nè Ebreo, nè Samaritano; ma si rifletta alla distanza di luogo e di tempo che divideva Epifanio dai nostri Hasidim, alla vita eccezionale e in tante parti discordante dalla comune Ebraica che menavano i nostri Hasidim, o Messaliti, e chiaro si vedrà come l’asserzione di Epifanio non ci toglie la pensata affinità tra i suoi Messaliti ed i Hasidim del Talmud; onde non è da redarguirsi Scaligero se negli stessi eretici vede una frazione degli Esseni. (V. Bergier, Ibid.)

A costo poi di precorrere in parte le cose che saremo per dire, il testo talmudico, onde qui si ragiona, ci mena irresistibilmente, per l’affinità delle idee che qua e colà si acchiudono, a far menzione sino da ora di parecchi e preziosi testi antichissimi riferiti nel Talmud, ove sotto un altro nome eloquentissimo si allude, a creder mio, alla società degli Esseni; e che sono da porsi fra quelle tante memorie che debbonsi oggi restituire alla storia degli Esseni contro la divulgata sentenza che l’Enciclopedia rabbinica dei primi secoli non rechi della società degli Esseni niun vestigio. Questo nome che offre invariabilmente l’idea comune e in sommo grado rilevante di Società, di Sodalizio assume non dimeno tre forme: differenza che a senso mio ad una sola cagione debbesi ascrivere, alla diversa origine e stile dei testi che ne fanno menzione. Queste tre turme sono: 1º Cheillà Caddescià di beruslem (Santa Società ch’è in Gerusalemme); 2ª Edà Chedoscià (Santa Società); 3ª Bene Akeneset (figli della Società). Incominciamo per dire (e per quanto negativo, ci sembra fatto di gran calibro) che le interpretazioni date sinora o sono vaghe o mal sicure; che p. e. per la Keillà Caddiscià mentre il Talmud Gerosolimitano (Mahaser Sceni, cap. 2º) intende due soli dottori ivi nominati (interpretazione, come ognun vede, tutt’altro che seria o verosimile), il Talmud Babilonico ci pone nella impossibilità di sottoscrivervi porgendoci non pochi esempi in cui la stessa Santa Società (Keillà Kaddiscià) si distingue evidentemente da uno almeno de’ due Dottori, onde a detta dello altro Talmud è composta, a segno di figurare al suo fianco come indipendente e distinta (Vedi Talmud Bezà e Iohasin Lettera Iod al nome Iose ben Mescuillam). Che per la Edà Chedoscià (Santa Società) il suo nome si legge nel Medras koelet, ove, oltre altre preziose indicazioni che proveremo fra poco convenientissime ai nostri Esseni, si domanda: E perchè si chiamano Santa Società? Dopo queste parole occorrono due varie lezioni. La prima è quella del Lessico Aruh (alla parola Kaal) ove si risponde «perchè dividevano in tre parti la loro giornata, la prima dedicavano alla preghiera, la seconda allo studio, la terza al lavoro, altri dicono perchè studiavano nell’inverno e lavoravano nella state.» L’altra versione legge dopo la domanda ricordata: Perchè sono R. Iose ben Mesciullam e R. Simon ben Manasia i quali tripartivano la loro giornata ec. L’autore dell’Aruh non ha i nomi proprj rammentati, e niun dubbio che la sua lezione sia da preferirsi non essendo luogo a rammentare chi fossero, dopo aver domandato perchè si nomassero Santa Società. Checchè ne sia, abbiamo qui un motivo del nome loro che mirabilmente si addice al nostro Istituto del quale sappiamo come la preghiera, lo studio ed il lavoro dividesse tutto il loro tempo, come più oltre vedremo. Si avverta però che mentre queste indicazioni si attagliano agli Esseni, non è possibile convenire col Medras Koelet che per ciò solo prendessero il nome di Santi, non essendovi in questo tenore di vita niun carattere che meriti il nome di Santo per eccellenza, e che non sia comune ad altra maniera di dottori. Infine il terzo nome ch’è quello Bene Akeneset ricorre come abbiamo detto nella misna Zabim 3, p. 2. E qui ancora, siccome quello che suona straordinario ed eccezionale, non solo creò interpretazioni disparate, ma diè luogo a differenti versioni. Così il Maimonide nel Comento legge Bet Akenesset il Tempio; ma chi legga attentamente il testo di leggieri s’accorgerà come il senso venga da questa interpretazione forzato, non essendovi memoria che i lebbrosi e gli affetti di gonorrea avessero luoghi apportati nei tempj. Assai meglio però l’altro comento di R. Simson che legge come noi Bene Akenesset e intende oheli hulleen betaará vale a dire coloro che non si cibavano che di cose pure, alieni da ogni immondo contatto; lo che da una parte identifica i Bene Akenesset con altro ordine e nome molto più comune nel Talmud, quello di Haberim o Socj che avremo luogo di ripetutamente citare in questa storia, i quali appunto questo tenore di vita conducevano, e dall’altra porge la mano ad un preziosissimo passo del Talmud Gerosolimitano ove un Asseo (Asia) possessore e insegnatore di nomi divini misteriosi si dice cibarsi di Maaser.

[60] Possiamo ragionevolmente esitare a riconoscere sotto questi varj nomi la società degli Esseni? La loro convenienza non potrebbe essere più manifesta. Il nome di Keillà Caddiscià, Santa Società, che fra gli altri luoghi si legge nel Talmud di Ioma 69, 1, reca tutti gli elementi necessarj a costituire il nome vero e proprio dei nostri Esseni. Chi ha sentore dello stile misnico e talmudico non può non fermarsi al nome di Keillà, unico, meglio che raro, per designare una Società qualunque, e che nel nostro caso tanto per la sua anormalità, come per la identità costante dei suoi supposti componenti, accenna meglio ad un consorzio regolare ed organico, che ad un adunamento precario e accidentale. Quanto poi eloquente l’epiteto di santo che in tutte le lingue sta ad indicare una perfezione religiosa, superlativa, e che nell’Ebraico è l’equivalente dell’Arameo Faruscim, Farisei. Potremmo d’altra parte tacere che il più antico nome onde si distinsero i Cristiani, propaggine secondo noi dell’antico Essenato, fu appunto quello di Santi come sovrabbondantemente attestano Vangeli ed Epistole ad ogni tratto? Nè recar deve fastidio la indicazione topografica di Biruslem in Gerusalemme, poichè se è indubitato che gli Esseni ponessero stanza sulle rive del Giordano sappiamo non meno di certa scienza, come Gerusalemme ne ospitasse parecchi specialmente dei Pratici. Che anzi, a parer mio, tale indicazione lungi dal dilungarci dall’Essenato, più e più ce ne avvicina, non potendosi comprendere come in un’epoca qual è quella in cui si fanno le citazioni in discorso, in cui Gerusalemme avea cessato di essere sede della autorità Rabbinica sottentrandogli in questo ufficio or Tiberiade ed ora altra città di Palestina, venga indicata costantemente Gerusalemme qual centro della Santa Società, se questa non si distinguesse spiccatamente dalla comune scuola dei Farisei, e non fosse per natura più aderente ai luoghi antichi, meno nomade di quello che erano le grandi individualità, ma pur non altro che individualità del comune Farisato.—Il secondo nome di Edà Keduscià, Santa Società offre lo stesso senso e torna egualmente a capello ai nostri Esseni. Più curioso e più nuovo è quello di Benè Akeneset, gli uomini della Società, abbandonato, se non erro, sinora in un canto nell’oscuro e negletto trattato Misnico di Zabim cap. 3º e che non meno si acconcia al nostro consorzio come evidentemente si ricusa ad ogni altra interpretazione, come più sopra accennammo.

Che se i nomi suonano in sommo grado espressivi al nostro uopo, ciò che più monta però, e che non mi è dato qui che in parte lambire, si è una indagine delle dottrine che in nome di questa Keillà Kaddiscià, o Edà Caddiscià o Benè Akeneset si recano in mezzo negli antichi libri Rabbinici onde si vegga sino a qual segno queste dottrine o idee si attaglino alla persona degli Esseni. Il secondo di questi nomi figura nel Medrasc Koelet; e ciò che merita di avvertire si è che qui come in Ioma, pag. 69, 1, Bezà, p. 27, egli è Giuda il santo, il Redattore della Misnà che riferisce la loro dottrina, lo che prova la grande loro autorità ed antichità ed insieme la identità della Keillà Kaddiscià del Talmud colla Edà Chedoscià del Medrasc; e che tanto in Rosc Ascianà 19, 1, quanto in Iomà (loc. cit.) egli è R. Ieosanah Ben Levi il personaggio più Cabbalistico e misterioso di tutto il Talmud, che è l’ultimo depositario delle loro tradizioni insieme a R. Simon Ben Pazl, altro dottore il cui nome e la cui storia sono celebri nelle pagine del Zoar. In due luoghi poi (Berahot, cap. I Rosc Ascianà, 19, 1.) ricorre la forma autorevole ed antica ehid, attestò, che non si usa se non quando è riferibile ad antichi personaggi. Non sono nemmeno da pretermettersi le dottrine che in nome loro si recano in mezzo.—Il lavoro raccomandato insieme allo studio, e la vita loro stessa porta ad esempio (Medras Koelet) il nome di sposa che ivi reca la legge, e sopratutto le decisioni attenenti al Calendario e ai computi Astronomici (Rosc Ascianà, 19, 2.) che non vanno mai disgiunti nei libri Talmudici dalla scienza Acroamatica, che ne hanno tutta la riserva e il mistero e che per ciò stesso sono detti pur essi (Sod) Mistero.

[61] Ei fu sempre e dovunque proprietà inseparabile dal Misticismo, la incuria e il dispregio delle pratiche. Il Talmud rivelandoci in seno ai Farisei una scuola che ad ogni pratica si credeva ed era stimata superiore, ci attesta per ciò stesso la presenza del Misticismo, non potendosi mai credere che se altri studj non si conoscessero tra essi se non quelli che il Talmud acchiude in seno, e che si riferiscono unicamente alla pratica, tanta fosse la stima che se ne faceva da anteporli alla pratica stessa, il mezzo non potendosi mai qualificare superiore allo scopo al quale conduce. Nonostante se il fenomeno comune ad ogni misticismo si verificò pure nel misticismo Palestinese, come vediamo, saria ingiusto disdirgli un’indole al tutto diversa da quella prevalsa in altre parti di Oriente. Mentre in queste era la contemplazione oziosa talvolta ridicola, la inerzia delle facoltà mentali, o come con più nobile nome si chiama la estasi, la quale era il sommo grado della perfezione perchè conducente all’assorbimento in Dio, o Nirvana; in Palestina invece era lo Studio, la Scienza, la speculazione attiva, il moto mentale, il discorso nel suo doppio senso, l’Alaha in una parola, sia che si riferisse alla pratica, sia che alle dottrine, la quale sola aveva virtù di dispensare, quando diveniva Abito permanente, dalla pratica dei doveri religiosi specialmente ove avea per obbietto l’acromatismo, la parte più nobile dei sacri studj. Non potrebbesi mai abbastanza insistere sulla presenza di questi fatti e queste dottrine in Palestina nel secolo che il Cristianesimo cominciò ad operare il suo distacco dal centro Ebraico, proclamando prima con Gesù e poi con Paolo la inutilità della legge e delle opere. Più bello, indizio non potrebbe darsi di quella verità perpetuamente da noi dimostrata nell’Essai sur l’origine des Dogmes et de la Morale du Christianisme (premiato nel concorso dell’Alliance Israélite 1863), vale a dire che non d’altronde originarono le dottrine cristiane se non dal centro Essenico-Cabbalistico ove il Cristianesimo imparò di buon’ora ad anteporre la scienza teosofica alla pratica dei precetti, la quale scienza ei propose all’universale sotto il nome di Fede (Pistis), agli eletti, sotto quello di Gnosis come superiore e dispensatrice di ogni dovere, e costituendo così, mercè la divulgazione dei dogmi riposti, tutto il mondo Ebraico e gentile in quello stato di perfezione peculiare ed anormale in cui l’Esseno-Kabbalismo poneva pochissimi eletti. Se qualche cosa ci sembra dimostrato, nelle tenebre delle origini Cristiane, questo transito ora accennato ne pare dimostratissimo, e lo stimiamo chiave unica capace di aprirci il senso di quella rivoluzione che scisse il Cristianesimo primitivo dalla Ebraica ortodossia. Basti per ora questo cenno del vasto e nobilissimo subbietto.

[62] Nome di origine persiana che i Greci adottarono, tipo del nostro Paradiso e che fa parte della lingua Biblica e Rabbinica. In questa ultima sta sovente a indicare la scienza o teologia recondita, e genera una sequela di metafore secondarie come ad esempio lo strappare le piante ecc. Facendo la scienza sinonimia di Paradiso, i dottori identificarono in guisa mirabile la beatitudine e la contemplazione, e furono in ciò imitatori e seguaci di Mosè che nel suo Paradiso pose la scienza, con tutti i suoi pericoli e con tutti i suoi diletti. Forse non si andrebbe lungi dal vero dicendo che il Paradiso Mosaico porse ai dottori la prima idea del loro Pardes, che vale quanto il Gan o Ganeden della Genesi.

Sarebb’egli possibile disconoscere nei vangeli la traccia dell’antico essenico costume, quando Gesù volendo col suo esempio mostrare come i maggiori debbano farsi servi ai minori, lava egli stesso i piedi ai discepoli, primo atto a cui procede l’ospite innanzi di sedere a mensa? A noi pare vedervi una reminiscenza della scuola Essenica in cui il fondatore del Cristianesimo era stato educato, come un fatto congenere ci pare ravvisare in quegli esempj che ci offre il Talmud di antichi dottori che a segno di umiltà ministrano a mensa ai loro colleghi seduti, esempj che se da una parte si collegano alle esseniche costumanze, dall’altra ci additano nell’Ebraismo rabbinico le origini delle scene evangeliche.