[63] Il sacrifizio ebraico come il pagano erano una vera e propria Comunione eucaristica, una partecipazione alla mensa di Dio in quanto il fedele e i sacerdoti si cibavano di parte dell’animale immolato, mentre l’altra era arsa sugli altari. Per tal guisa l’ara era una mensa religiosa, e il nome di mensa porta veramente in Ezechiele, come per converso la tavola ivi stesso porta il nome di altare. Egli è per ciò che i dottori furono interpreti fedelissimi delle idee bibliche quando la mensa comune dissero stare invece dell’altare, e la scienza farvi la parte del fuoco sacro o della presenza del nume, quando la fecero come l’altare propiziatrice ed espiatrice, e sopratutto levaronsi ad altissimo e nobilissimo pensiero i Teosofi nostri quando videro nella commestione l’atto per cui la materia si eleva allo stato di mentalità mercè il processo di Assimilazione onde i corpi inferiori si assimilano all’organismo dell’uomo. Non d’altronde hanno origine le metafore evangeliche, se pure dapprincipio non furono intese alla lettera, della Tavola in cui Cristo berà del frutto della vite insieme ai discepoli; che ha il suo tipo e la sua fonte in una identica metafora dei Rabbini i quali dicono l’Eden essere il vino conservato nei suoi grappi sino da sei giorni della creazione, che la coppa ne sarà benedetta da David (Padre e tipo del Cristo) nel banchetto finale, ed altre simili. Potrebbesi tacere a questo proposito del sacrifizio eucaristico, e de’ suoi strettissimi vincoli con tutte le idee sopraccennate? Il lettore già ne coglie le grandi attinenze, e ci dispensa dal maggiormente diffonderci nell’ampio e nobile argomento.
[64] R. Neorai nei varj luoghi in cui di esso è menzione offre tutti i caratteri dell’Essena Kabbalista. Egli ha un giuramento poco noto altrove: pel Cielo Asciamaim! (Berahot, 53), che ci spiega come Gesù il condannasse appunto vedendola usata tra i suoi quando disse non giurate nè pel Cielo nè per la terra ec. e si connette mirabilmente colla supposta adorazione del Cielo che agli Ebrei in generale ed agli Esseni in particolare fu attribuita dai Pagani chiamandoli persino col nome di Cœlicoles, onde poi si distinse una setta Cristiana che come le altre non rappresenta che una setta frammentaria dell’antico complesso organico, delle dottrine e della simbologia dei Teosofi Esseni (V. per la storia fra noi del simbolo Cielo, mie note al Pentateuco, Em Lammicrà, Genesi Cap. I.). Egli è identificato con R. Elazar Ben Arah personaggio eminentemente teosofico o Kabbalistico nel 2º di Haghiga (V. Talmud Sciabbat p. 147); egli ha gli istinti democratici come tutti i Farisei (Sanhedrin 20), ei predice pei tempi messiaci, discordie intestine tra figlia e madre, tra suocera e nuora, quali si leggono nei Vangeli espressioni Cristiane dello Spirito Essenico (Ibid. 97), e infine egli ammette una sovrumana efficacia ai nomi divini tratto ad un tempo Essenico Kabbalistico e, oso dire, anche cristiano; perocchè al nome Gesù si attribuisca sino nei Vangeli una straordinaria e miracolosa potenza.
[65] Il Nicolas (Des doctrines qui ont précédé etc., T. 6º p. 86) non sa come porre d’accordo l’identità degli Esseni cogli antichi Hasidim rammentati nei Maccabei, quali strenui difensori della patria libertà, coll’orrore per la guerra e l’esclusivo studio delle arti pacifiche che Giuseppe appone agli Esseni suoi contemporanei. Vi sono pure due fatti che attenuano grandemente il valore dell’obbietto. In prima, non si può negare che la difesa nazionale sia tale dovere religioso eziandio nell’Ebraismo, da obbligare chiunque ad esso appartenga; e più chi più rigorosa se n’è imposta la osservanza. E poi Giuseppe stesso attesta che gli Esseni procedevano armati, del quale uso siamo in procinto di trovare un maraviglioso riscontro nel Zoar e nei suoi personaggi, e tale da rendere quasi inevitabile la parentela dell’Essenato coi Teosofi Ebrei o Kabbalisti. Non possiamo tacere di un autorevole ausiliare che troviamo nell’illustre amico nostro signor S. Munk socio dell’Istituto; il quale nei suoi Mélanges de philosophie juive et arabe, pag. 468, ci offre da un lato una dichiarazione preziosa intorno la identità originaria della Kabbale o Teosofia Ebraica e dell’Essenismo; dall’altro ci reca la testimonianza di un dotto correligionario tedesco, essere gli Esseni i Hasidim del Talmud. La prima così suona: «Les Esséniens avaient donc une doctrine dans laquelle à côté de certaines spéculations métaphysiques, l’Angélogie jouait un rôle important. Il est probable qu’ils cultivaient certaines doctrines qui plus tard faisaient partie de la kabbale, doctrines puisées à des sources diverses et qui ont inspiré les premiers fondateurs de la gnose.» La seconda così si esprime: (ivi in nota) «M. le D. Frankel a essayé de démontrer que les Esséniens sont souvent mentionnés dans le Talmud sous le nom de Hasidim (pieux), et il a fait d’ingénieux rapprochements entre les notices de Joseph et divers passages talmudiques. Voy. Zects Christ für die religiosen interessen des Iudenthums 1847, Décemb., p. 441 et suiv.» Noi non conosciamo gli studj del Sig. Frankel.
[66] Le qualità di Ministro e Discepolo andarono riunite nell’antichità Biblica e Rabbinica. Nella prima Giosuè discepolo di Moisè è chiamato suo Ministro (Mesciret), e nella Rabbinica abbiamo la esortazione al maestro di non astenersi dal fare ministrare il discepolo a proprio servigio; anzi lo studio della legge orale che più dell’altra esige e suppone l’addottrinamento magistrale, è chiamato Scimmusc Ministerio. In senso opposto il Maestro riunisce le due caratteristiche di precettore e maggiore, e la parola Rab tanto significa. Non ne abbiamo noi pure Europei un esempio eloquentissimo nel nostro Maestro, Maître, Signore e Precettore ad un tempo? Si vede nel testo come questi iniziati e novizj si dicessero liberi per torgli ogni imputazione servile. Basti pure ricordare come i figli si dicessero latinamente liberos e come figli chiamino egualmente i Profeti e i Dottori i loro discepoli (Banim). Ma se nell’officio servile dei discepoli convengono Esseni e Dottori, non meno convengono nello studio di escludere il sospetto di condizione servile gli Esseni e i Farisei, nel dar loro il nome antonomastico ai Liberi e più ai Farisei particolarmente nell’escludere dagli offici in cui il discepolo ministrar debbe, quelli che sono per lor natura esclusivamente servili. Entro questo limite, l’antico costume essenico-farisaico ebbe imitatori in Parigi nel secolo decimoquarto quando gli scolari di quella Università servivano come di paggi ai professori.
[67] Vedremo più oltre quando e come acquistassero gli Esseni questo nome di liberi, e vedremo non meno come per altri rispetti oltre quello qui menzionato si meritassero tal nome. A questi altri motivi vogliamo qui preludere con quanto si legge in Plotino (Enneades, vol. I, pag. 472, e pag. 185, nota 1ª): «L’homme est libre quand il exerce la faculté de l’âme raisonnable, quand il s’élève de l’ordre physique qui règne dans l’univers aux choses intelligibles qui ne dépendent de rien. Il est soumis à la nécessité et il devient une partie de l’univers quand il exerce les facultés de l’âme raisonnable et du corps. La Nécessité ou Fatalité est l’ensemble des circonstances extérieures, savoir l’influence des astres.» E (vol. 2º, 3ᵐᵉ Enneades, pag. 17): «Quand l’âme prend une détermination et l’exécute parce qu’elle y est poussée par les choses extérieures, qu’elle cède à un entraînement aveugle, sa détermination et son action ne doivent pas être regardées comme libres..... Au contraire, quand elle suit son guide propre, la raison pure et impassible, la détermination qu’elle prend est vraiment volontaire, libre, indépendante, l’action qu’elle fait est réellement son œuvre, et non la conséquence d’une impulsion extérieure.» E più oltre: «Donc quand elle manque de prudence, les circonstances extérieures sont cause de ses actes: on a raison de dire alors qu’elle obéit au destin comme une cause extérieure.» Per meglio comprendere ciò che Plotino intende per destino, eccone la definizione di Iamblico, che il sig. Bouillet (Enneades. Paris, 1859, vol. 2º, pag. 16, nota 1ª) dice potere servire di Comento alle frasi di Plotino: «Toute l’essence du Destin consiste dans la Nature: j’appelle nature la cause qui est unie au Monde, et qui contient unies au monde toutes les causes de la génération etc.» Plotino stesso avverte come si debba «compter au nombre des causes extérieures l’influence qu’exerce le cours des astres.»
S. Agostino che, come dimostrò altrove il Bouillet, si valse grandemente delle idee di Plotino, scrisse pur esso: Libertas nulla vera est nisi beatorum et lex divina adhærentium. Gli stoici pure avevano detto: Solum sapientem esse liberum. E persino Aristotile disse con frasi più peculiari: Homo sapiens dominabitur astris. Non sono quasi le stesse parole dei Dottori nostri, che udremo fra poco?
In ciò dunque consentono egualmente gli scrittori rammemorati:
1º In quanto ripongono la vera libertà nella conformità del volere alla legge divina.
2º In quanto considerano lo stato opposto come stato di subbiezione al destino.
Ora è innegabile che oltre al consenso che ofirono queste dottrine col nome di liberi che gli Esseni si davano, e di cui vediamo traccia nel Benè horim del Talmud (in Sotà), tornano a capello con moltissime altre idee e dottrine che i pratici del Talmud e dei Rabbinici dettati in generale incontrano ad ogni passo. Così in Abot la libertà è detta retaggio esclusivo di chi accetta il giogo della legge. Così la classica distinzione rabbinica tra figlio e schiavo, la quale, ove si comprenda alla foggia dei Kabbalisti o Teosofi ebrei che veggono nel figlio quello che non accettando che l’imperio divino è superiore alla natura e al destino, e nello schiavo il suo contrario o un grado almeno inferiore, presenterà un’affinità ancor più singolare colla teoria morale di Plotino; ed è che l’uomo, che colle opre e coi pensieri si è fatto superiore alle attrattive, alle forze esteriori, non è più soggetto alle leggi della natura e del fato, e in premio e in conseguenza della libertà morale da sè procacciata, acquista una libertà più sublime sul mondo fisico ch’ei domina, anzichè esserne dominato. Ciò inteso i dottori, sia quando fecero da Dio dire ad Abramo, già circonciso e tuttora ossequiente alla scienza astrologica, Esci dai tuoi pensieri, Abramo non generava, Abraham genererà, sia quando aggiunsero che Dio nella visione in cui gli promise la prole lo elevò al di sopra delle stelle, per significare la libertà da esso acquistata dalle leggi e indicazioni degli astri; infine quando aggiunsero non vi essere fato o legge astrologica per Israel; che rappresentano i liberi i veri figli di Dio. Non sarebbe difficile che anche queste ultime idee si trovassero in Plotino. Ciò ch’è innegabile, si è come il primo Cristianesimo abbia attinto a queste sorgenti, alle sorgenti Israelitiche, tanto il concetto di figli di Dio in opposizione a schiavi della Legge e del Peccato, quanto l’idea concomitante di libertà dalla legge e dal mondo, doppio pensiero che in niuna parte meglio traluce che negli scritti e nelle parole di Paolo, il più dotto Israelita del primitivo Cristianesimo, quegli che studiò la Legge ai piedi di Gamaliel, il Fariseo figlio di Fariseo com’ei si qualifica. Però il concetto nel passare nel Cristianesimo subì una modificazione; anzi si arricchì di un elemento al tutto nuovo, cioè la Libertà dalla Legge invece della libertà della Legge, la quale fu considerata insieme col Mondo come la potenza che la virtù del Redentore avea vinto ed abolito sulla terra. Chi si faccia a studiare con occhio critico le epistole di Paolo, chiaro vedrà come Legge e Mondo procedano appo lui di conserva, e siano in pari modo bersaglio delle sue invettive. D’onde questa dilatazione dell’antico concetto Ebraico e se abbia o no radici nell’Ebraismo stesso, è subbietto grave troppo perchè qui si tratti, e di cui altrove abbiam disputato. Aggiungiamo solo come l’adagio stoico: il solo sapiente essere libero abbia riscontro con altro della stessa setta: il solo sapiente essere re ed entrambi nei Dottori, gli stoici dell’Ebraismo, come li chiamava Giuseppe.