Gli antichissimi Esseni Kabbalisti, e quindi i primitivi Cristiani, sono creduti da alcuni autori progenitori della Francomassoneria e Frammassoni eglino stessi. Questo sistema ch’ebbe ed ha dotti patroncinatori, non manca di verosomiglianza solo che si ammetta o che le dottrine riposte dei Massoni sono quelle stesse dei Dottori, o che quelle degenerarono col lungo avvicendarsi di secoli. Ove ciò si consenta, non negheremo che vi sono non solo nei libri esoterici ma negli essoterici eziandio dei primi Farisei, curiosissimi indizj di quest’antica identità. Non è qui luogo a farne menzione. Solo diremo alquanto di ciò che si attiene al soprannome di Liberi, dato agli Esseni, ai Terapeuti nello stesso Talmud come si vede nei testo. Ora è noto come i Frammassoni dicansi Liberi Muratori o Francs-Maçons. Quale è l’origine di questo epiteto di Liberi o Franchi che tanto già suona conforme ai Liberi dei Terapeuti ed ai Benè horim del Talmud? Sentiamo un dotto scrittore della Società, in un’opera che, se avesse tanto ordine quanto mostra ingegno e dottrina, potrebbe noverarsi tra le prime del genere; il Reghellini di Scio nella Maçonnerie considérée comme le résultat de la Religion égyptienne, juive et chrétienne. Ei crede (vol. 2, pag. 97) che i Liberi Muratori cominciassero ad esserlo di fatto dando opera ai lavori architettonici, e che quindi alla loro corporazione si aggiungessero soci liberi, o come si dice onorarj: «Après ce qu’on vient d’exposer, la corporation des Maçons étant la plus illustre, elle devait être par conséquent la plus recherchée: il était facile à des hommes de qualité et à des lettrés de s’y faire admettre; et comme ces individus n’étaient pas de la profession, ils furent distingués des autres par le titre qu’on leur donna de libres ou francs.» Potrebbe forse escogitarsi simile ragione pel nome di liberi dato agli Esseni; e dire che così fossero chiamati perchè non Medici Assia eglino stessi e non ancora astretti a tutti i doveri sociali? O per avventura non sarebbe meglio intendere nei Liberi Muratori o nei Francs-Maçons lo stesso senso che si annette a quel degli Esseni, vale a dire o un epiteto che stia ad escludere la vera e propria servitù nei novizj, come vuole Filone, o che accenni a quella libertà morale spirituale che campeggia così solenne nelle dottrine kabbalistiche, neoplatoniche, gnostiche e cristiane come più sopra dicevamo? Al lettore l’ardua sentenza.
[68] Platone non isdegnò occuparsi nelle leggi (lib. VII) delle danze sacre. «Le legislateur, egli dice, assortira ces danses, aux autres parties de la musique, les distribuira en suite entre toutes les fêtes et les sacrifices, donnant à chaque fête la danse qui lui est propre ec.» (edit. Paris, 1842).
Il concetto del Ballo fu preso a simboleggiare il moto, l’aspirazione delle anime verso Dio, il perpetuo conato dei Beati;—e ciò nei Dottori ebrei, nei Padri della Chiesa, e finalmente in Dante. Nei primi quando dissero Dio intimerà un ballo ai beati in Paradiso e stando egli nel centro, ognuno mirerà ad esso dicendo: Ecco Dio a cui aspirammo «Atid acadosc baruh u laasot Mahol lazadichim—be—gan—eden ec. Nei Padri, là ove si legge in S. Basilio (Omil. sul rendimento di grazie). Ti manca alcun figliuolo? Ti restano gli angioli coi quali menerai danza intorno al trono di Dio.—E il gran Dante nel Paradiso, come è noto. L’Israelita che nel santificare tre volte Dio ogni giorno solleva il Corpo da terra tre volte, è erede e discepolo senza saperlo di tutta la grande e buona antichità ebraica e gentile. Tanto è vero che l’ebraismo adempie mirabilmente a quell’officio di Nido di Neno che è distintivo di vera religione (religio a ligando) come volle Cicerone.
[69] Non sarebbe inverosimile che la predizione di Gesù a Pietro Prima che canti il gallo tu mi avrai rinnegato tre volte—sia una applicazione a se stesso, vero e nuovo Tempio—com’egli altrove si chiama, di ciò che ivi si praticava nel culto di Dio: volendo dire che il canto del gallo anzichè schiudere la giornata religiosa ad essere il segnale degli officii del tempio che cominciavano con triplice suono di corno, sarebbe stato anzi preceduto da triplice rinnegamento: tanto la Divinità da lui rappresentata sarebbesi inchinata alle più profonde umiliazioni. Non dimentichi il lettore quanto fu da noi provato (Lezione XII, Nota 2) intorno la sostituzione che Gesù insegnava di se stesso al Tempio, qual fonte d’ispirazione.
[70] Ecco la chiave dei lamenti e rimproveri che i vangeli ci narravano dirigere i Farisei contro il costume di Gesù, di sedere cioè a mensa con pubblicani e con malfattori. Nessuno più dei Farisei si adoperava alla conversione dei peccatori; opera che magnificarono nei loro libri più di qualsiasi altro ufficio di pietà; ma non credevano che si potesse senza imprudenza, e senza fallire lo scopo istesso che proponevansi, scender fino a tanta familiarità.
[71] Nessuno negherà che la vita contemplativa ed ascetica non sieno sommi educatori dell’animo a libertà e indipendenza di sensi, siccome quella che insegna a vincer gli altri col lottare con se stesso. Da ciò nacque la gran forza di resistenza che spiegò il Cristianesimo nel suo nascere e che imparò là dove attinse tutto ciò che forma il suo corredo dommatico e il suo pratico indirizzo. Vi è però un pericolo a cui rado è che fuggano i mistici, e che solo l’ebraico per la sua intima connessione con una religione che era al tempo stesso una norma civile e politica, potè avventurosamente cansare. Difatti gli spiriti mistici onde si prova in varj tempi il nostro popolo, e più in quelli di cui discorriamo, non lo spinsero mai a quegli eccessi in cui caddero tutti quelli che calcarono le stesse orme; ma seppe mantenere più o meno l’equilibrio fra la vita attiva e la vita speculativa, fra la mente ed il corpo. Quanto al fatto di cui si fa menzione nel testo, alla conversazione tra i dottori risaputasi dal governo di Roma, e della successiva fuga di R. Simone, e della lunga dimora in una grotta, vogliamo solo aggiungere che forse in questo cenno troverebbe largo campo di esercitarsi una parte dei critici moderni i quali affermarono che lungi da morire Gesù sulla croce, sopravvisse lunghi anni a quel supplizio, protetto e nascoso dal silenzio e dal mistero degli essenici chiostri. Chi sa che non si dica altrettanto dei tredici anni che visse R. Simone Ben Johai lungi e salvo dal decreto romano che l’aveva condannato a morire? Certo che questo scampo prodigioso non si presta meno acconciamente all’ipotesi di un rifugio in qualche riposto asilo degli Esseni fratelli, tanto pel tempo non breve, quanto per i mezzi ch’ebbero esso e il figlio di vivere in tanto abbandono. Quando ciò possa consentirsi, tanto più intelligibile parrà la tradizione corrente tra i cabalisti che là meditasse e coordinasse R. Simone le sue dottrine e la sua teosofia. Ed oltre al tempo, all’ozio, all’asilo, specialmente se essenico che tanto bene si presta, non mancano nel testo talmudico e medrascico cenni che provino come ben altro uomo uscì il nostro dottore dal suo asilo di quello che vi fosse entrato, specialmente per ciò che si attiene alla dottrina, santità e religiosa eccellenza.
È degno di nota il rifugio che anzi tratto si procurano nel Be Medrascià, nell’accademia secondo il Talmud Babilonese (Sciabbat cap. 2), e che dee esser stato luogo e rifugio di un indole affatto speciale per poter sfuggire alle ricerche del governo romano.
Il genio ascetico e taumaturgico si palesa nel padre e nel figlio appena usciti dopo tredici anni dal loro asilo, quando si sdegnano al solo vedere uomini occuparsi di lavori agricoli (Ibid), nelle punizioni che infliggono e nelle guarigioni che operano egualmente prodigiose; nella figlia della voce (Berat Calà) che odono annunziare tanto la caduta di un uccello nelle reti del cacciatore quanto il suo scampo (Medrasc Scemot Rabbà sez. 79), e che ha un eloquente riscontro in voci ed annunzj consimili che si narrano uditi dagli uomini stessi nel Zoar; mentre malagevole sarebbe trovarne dell’indole stessa nei libri talmudici. Nè è da tacersi la singolare conformità della illazione, che da questi fatti trae Simone con un analogo pensiero dei Vangeli. Se un uccello non cade nella rete senza espresso decreto di Dio sarà egli possibile che ciò avvenga per l’uomo? Gesù si valse dello stesso esempio degli uccellini per assicurar ai suoi discepoli il sostentamento per la domane. La grandezza religiosa e scientifica a cui s’inalzò dopo il lungo ritiro, si mostra nel vanto che di sè proferisce, dicendo al figlio: Bastiamo noi due pel mondo intiero e che ha riscontro e interpretazione eloquente in altra sentenza da lui profferita in altra occasione quando disse: Veggo che gli uomini della Camera (Benè Alià) sono scarsi. Se sono due, noi siamo quei dessi. (La Camera di cui qui si parla è lo stesso delle Camerette dei Vangeli, in cui Gesù dice che si comunicano le cose segrete); si mostra nella replica che ci fa a R. Pinehas Ben Jair il quale deplorava vederlo nella persona così malconcio: Beato te che tale mi vedi, che se così non mi vedessi, tale io non mi sarei a quest’ora; e il Talmud chiosandone il senso aggiunge che prima del suo ritiro, ad ogni domanda che Simone faceva, R. Pinehas dava 12 risposte; ma dopo quello, ad ogni domanda del secondo opponeva Simone 24 risposte, lo che nel linguaggio iperbolico talmudico significa che la scienza di questi, sopravanzava di gran lunga quella del suocero.
[72] Questo riempire che fa il Zoar la lacuna istorica che offre il Talmud in fatto dei Haberim, il cui carattere, officio, definizione riuscirebbero vaghi incompleti senza il soccorso del primo, è prova tra mille altre che l’uno e l’altro non formano che un solo corpo di dottrina e si appellano e si completano scambievolmente. È questa in piccolo una immagine dell’officio che sostiene la dottrina cabbalistica o teosofia verso tutto l’ebraismo pratico, cioè quello di fornirlo di una originale e connaturale dogmatica.
[73] Talmid—Kaham—titolo che si danno i Farisei negli antichi monumenti Rabbinici (Misnà, Talmud ec.) e significa scolaro;—discepolo di dottore meglio che dottore. È espressione suggerita da umiltà; e non si comprende come uomini siffatti potessero agognare al titolo di Rabbi, e ad essere tali chiamati su per le piazze, siccome di tanto li appuntano i Vangeli. Altra importante considerazione ci offre il tempo in cui predicava Gesù. Poichè, secondo attestano memorie autenticissime, il titolo di Rabbi lungi dall’essere allora comune fra i dottori, si veggono anzi i più famigerati capiscuola che in quel torno fiorirono, recare nelle opere rabbiniche il nudo e semplicissimo loro nome. Quindi grave dubbio ne emerge che anche da questo lato meglio che la impronta dei tempi in cui quei discorsi si dicono proferiti, quella rechino invece dell’epoca in cui i Vangeli furono redatti; e gli autori di questi facciano usare a Gesù un linguaggio che solo ai loro proprii tempi si addiceva. Checchè ne sia, il nome Talmid Kaham ha molta analogia, quanto allo intendimento che lo dettava, con quello di Filosofo o amante di sapienza che si davano i savi pensatori di Grecia, differenti dagli altri che per presunzione diceansi Sofi o Sofisti.