[74] Non ha guari ricordavamo le parole di Simone Ben Johai nel Talmud in cui se erano due gli uomini della Camera, questi egli diceva essere esso ed il figlio. Or chi non rimarrà sorpreso vedendo il consesso più augusto del Zoar designato collo stesso nome di Camera Iddarà? Può darsi conferma più bella di questa? E si può ancora ragionevolmente dubitare che R. Simone Ben Johai non sia la stessa mente che informa lo Zohar? Si dirà che l’autore qualsiasi di questo libro si prefisse studiatamente un linguaggio che si affacesse al supposto autore? Ma questo studio contrasta con altre dissonanze cronologiche, storiche e filologiche che escludono nel suo redattore l’intenzione di crearsi una forma ed uno stile artificiale; e tanto più rimane escluso nel nostro caso che il senso di Camera nel nome Iddarà fu poco avvertito generalmente ed altre interpretazioni ebbero corso le quali però non reggono ad una indagine severa. Non vogliamo infine tacere di un’altra curiosa analogia che ci offre il nome stesso di Benè Alià con cui nel Talmud si designano, secondo me, gli speculatori e teologi del Farisato. Questo nome alla lettera significa quelli del luogo alto o delle regioni superiori, nè per altro fu così la Camera chiamata se non perchè occupava appunto la parte più alta dell’abitazione. Ora chi non troverà mirabilmente a queste idee conforme, la seguente di Platone nel Teeteto (Ediz. Paris, pag. 64). Mais, mon cher, lorsque le philosophe peut à son tour attirer quelqu’un des hommes vers la région supérieure etc.
[75] L’illustre amico mio, signor professor S. D. Luzzatto, scriveami non è guari, e credo anche stampasse, non potersi credere autentico un libro ove si parla di Compilazione scritta, quando ogni redazione tradizionale era tuttavia interdetta nell’ebraismo. Risposi: doversi distinguere la tradizione legale e rituale dalla tradizione teologico-agaditica: se per la prima è lecito affermare (comechè forse non senza gravi restrizioni) che si mantenesse esclusivamente orale per assai tempo ancora; non così per la seconda, della quale sappiamo avere esistito per tempissimo varie compilazioni, di cui a dilungo si ragiona nel libri talmudici. Ora s’egli è vero, come è indubitato, che l’Agadà non è, come altrove notammo, che il nome e la forma mitica e leggendaria della recondita teologia, ognuno comprende come a nulla approdi la ricordata obbiezione.
[76] Non dimentichi il lettore:
1º Che ogni qualvolta narra il Talmud una cura prodigiosa operata a contatto; è sempre la mano porta e ricevuta.
2º Che Epifanio V ci ammonisce come «les gnostiques (i quali non sono, come provammo nell’Essai sur l’origine des Dogmes ec., che la parte cabbalistica o Essenica degli Ebrei convertiti al Cristianesimo) se connaissaient entr’eux à leurs manières de se prendre la main.»
[77] Chi sa ancora se questo nome di legge di grazia non deriva nei Vangeli appunto da quella divulgazione che Gesù operò fra le moltitudini pagane e israelitiche delle dottrine misteriose dei Farisei, come non ci stancammo di dimostrare nell’opera francese altrove citata.
[78] Quanto è bella la imagine del libro divino a indicare l’uomo dotto e virtuoso! Galileo chiamò la natura il libro di Dio. L’uomo non meritò meno questo nome in specie appo gli antichi che lo dissero Microcosmo. Nè questo è solo il luogo ove il Codice della Rivelazione e l’uomo vengono dai Dottori ravvicinati. La separazione dell’anima dal corpo è comparata al volume rivelato che va preda alle fiamme; quindi l’obbligo dei segni di lutto che s’impongono agli assistenti.—Sulla bara dell’uomo dotto si poneva ab antico, quale insegna del suo nobile officio, il codice mosaico, e dicevasi:—Costui ha osservato quanto in questo libro è scritto.—Ed ove tu sottilmente consideri, vedrai come il dogma del verbo incarnato non sia che una esagerazione del principio incessantemente proclamato dai Dottori, la immanenza nel cuore e nella mente dell’uomo del Verbo Divino.
[79] Vorremmo che i negatori della tradizione, vuoi talmudica, vuoi teologica, riflettessero seriamente a questo orrore di novità che trasparisce in questi luoghi, e in altri infiniti che si omettono, e si domandassero in qual guisa è compatibile tal ripugnanza col supposto di origine moderna nell’una e nell’altra. In qual guisa l’una e l’altra tradizione appena nate, avranno potuto spacciarsi quali antichissime, rigettare ogni aspetto di novità, chiudere per sempre quella fonte da cui scaturirono, senza contraddire al proprio principio e senza temere di essere volti in deriso? I Dottori chiamano altrove quest’obbligo di far risalire, quanto più si può, ai primi autori la dottrina che si espone «lescialscel et ascemuà» svolgere la tradizione.
[80] Senza impegnarci in diffuse dimostrazioni accenneremo qui di volo le massime capitali conclusioni a cui riuscimmo ed a cui riescir deve a parer nostro, ogni spassionata indagine sugli Elementi d’Angelogia, e dei nomi divini che contiene il Talmud.
1º I confini che separano i nomi angelici dai divini sono tutt’altro che fissi e insuperabili, ma anzi mobili e permutabili; onde ogni ostacolo è rimosso alla identificazione dei nomi degli Angioli essenici, coi divini ed angelici talmudici.