—Due minuti dopo il canotto ballonzava sotto il terrazzo d'una modesta casa posta a picco sul lago sostenuta da tre archi di muro e coronata da una torricciuola merlata dipinta a striscie rosse e nere, che giustificava agli occhi della gente il nome di Castelletto. Per quanto umile e goffa nella sua struttura di pasticcio mal riuscito, tuttavia all'indulgente raggio della luna anche quel vecchio rudere di casa colorata, chiusa tra un cipresso da una parte o un gran ciuffo di oleandri dall'altra, aveva la sua modesta poesia.

—Ohe, Flora…—gridò Ezio, intonando il deh vieni alla finestra del Don Giovanni. La finestra illuminata si aprì e dalla porta a vetri uscì sulla terrazza la ragazza dai capelli rossi, in una vestaglia chiara, che il raggio candido della luna avvolse d'una luce patetica.

—Che fate in giro a quest'ora, vagabondi? gridò Flora.

—E tu che cosa fai al mesto lume della lucerna?

—Sto copiando quella tua dissertazione di laurea. Sai che il tuo gobbetto ha una scritturaccia da gallina?

—Ti presento don Andreino Lulli, una grande autorità sportistica e un futuro uomo politico.

—Per celia, signorina—corresse il contino agitando il cappello.

—I vostri schiamazzi dal Ravellino arrivano fin qua, Chi è che giuoca al bersaglio?

—Vogliono ammazzare la luna.

—È una vergogna, a quest'ora.