Col codice dell'Angelini alla mano e in nome della correttezza cavalleresca questi due ostinati don Chisciotti della Mancia contrastarono tutti gli sforzi, con cui io e Lolò, cercammo di alleggerire le condizioni dello scontro. Più cocciuto fu il napoletano, che messo in suggezione dal compagno svizzero, trattò la cosa come se fosse in giuoco l'onore stesso della patria e come se quei quattro inglesi che pigliano il fresco a Cadenabbia rappresentassero l'Europa.

Per poco non mi accapigliavo con questo ignorante ostinato che faceva piovere le sue massime dall'alto, come se per ammazzarsi sia necessario ricorrere alla metafisica: e allora si avrebbero avute due teste rotte invece di una sola. Ezio fu calmo, sorridente per quanto avesse un po' di febbre addosso. Il barone fu un po' ridicolo con quel suo fare impacciato, con quegli occhi bigi che non distinguevano la pistola dal suo astuccio. Domandò il permesso di tenersi il panciotto, con la scusa che l'aria gli porta i reumi: e, sul panciotto sì, sul panciotto no, s'intavolò tra Lulli e il napoletano una quistione accademica, in cui credo sia stato citato anche Omero e Senofonte. Poi ci fu un'altra piccola bega anche per gli occhialetti, se si potevano permettere; ma finalmente, contati i passi…. Ma anche qui nacque una contestazione. Le gambe del commendator Zuccani sono più lunghe delle mie, la bellezza di dieci centimetri: e Lulli ha un passetto che è la metà del mio. Chi doveva contare i passi? capisci che nove o dieci centimetri di più o di meno per passo, sopra un percorso di trenta o di quaranta metri, fanno una differenza molto sensibile, specialmente quando uno dei combattenti è miope di primo grado.

Dopo un gran misurare di gambe, finalmente trovammo una gamba media nel buon svizzero di Zurigo, che cercò di abbondare nella misura col suo bel passo di scavalca montagne. Come vedi, il luogo non poteva essere più adatto. Non pare la valletta descritta dal Tasso nel famoso duello di Argante e Tancredi? Il barone, che dovette proprio levarsi il panciotto e che perdeva bretelle da ogni parte, prima di prender posto votò il fondo della sua bottiglia di Wichy; quindi i due avversari sorteggiarono ciascuno una pistola carica, e si lasciarono collocare ai relativi posti, voltandosi le spalle. Il povero barone era livido come un panereccio, ma a forza di ostinazione morale si sostenne bene. Ezio sogghignava… Io contai a voce alta uno, due… al tre si voltarono, spararono immediatamente senza mirare. La palla di Ezio andò a conficcarsi qui nel tronco di questo faggio due spanne sopra la testa del barone: quella del miope dalle bretelle cascanti si fermò nella testa di Ezio, che senza gettare un grido venne a cader correndo nel mezzo del prato.—

Il Bersi si arrestò un istante per indicare all'amico il luogo preciso:—Uno spruzzo sottile di sangue si sparse sul verde dell'erba, che abbiamo fatto segar subito per non lasciar noie agli azionisti dell'albergo. Convien dire però che le cose furono condotte con molta prudenza, perchè non si è visto nè un gendarme nè un ispettore federale.

Il barone potè partire senza seccature, lasciando i suoi biglietti da visita: a me nessuno domandò nulla: un vero ideale di paese libero.—

Il Cresti, dopo aver sogghignato un pezzetto e riassunte le sue osservazioni con una nervosa contorsione di spalle uscì a dire come morale della favola:—Poco fa, ho detto, che l'uomo è il meno furbo degli animali: ho sbagliato. Dovevo dire, la più bestia.—

XVIII.

Pentimento.

Il Cresti arrivava al Castelletto ch'era già notte fatta. Di mano in mano che si avvicinava alla casa delle Polony andava crescendo in lui il dolore della ferita, che durante il giorno e le scosse della battaglia pareva assopito.

Era partito, anzi fuggito, davanti a una ruvida domanda:—Che c'entra lei?—e ritornava col puntiglio di dimostrare che intendeva non entrarci per nulla, nè per il passato nè per l'avvenire, nè per debiti nè per crediti, e di lasciare a ciascuno la sua libertà di dire e di fare quel che credeva suo diritto. Era un gran colpo per un uomo che si era pasciuto di così lunghe speranze: ma è inutile far conto sopra le nespole che non vogliono maturare nemmeno sulla paglia: c'è da far stridere i denti e null'altro.