Nella letterina accompagnatoria la contessina Polony diceva:

«Caro Cresti, mi dicono che stamattina io ho pronunciato parole dure e scortesi contro il migliore de' miei amici: e devo pur credere, perchè non posso dubitare de' testimoni. Ma io non ho coscienza di nulla, glielo giuro, mio buon amico. Quando mi hanno richiamata ai sensi, tornai in me stessa come chi si sveglia da un sogno grave e fastidioso, di cui conserva l'impressione e lo spavento, ma non ricorda più i particolari. Flora, sveglia nella sua coscienza, non avrebbe mai osato dire una parola cattiva al suo buon Cresti, all'amico di casa, al benefattore, proprio in un momento in cui stava scrivendo la lettera che chiudo in questa. Non è tutta la risposta che le dovevo e non trovo opportuno questo momento per darla: forse nemmeno lei la vorrebbe da me in queste condizioni: ma glie la mando come un documento per dimostrarle, mio tenero amico, che se una parola cattiva è uscita da questa bocca, non è Flora che l'ha detta, ma una febbre o una suggestione misteriosa, che mi tolse ogni responsabilità. Non saprei spiegar tutto adesso; ma certamente io ho attraversata un'ora pericolosa della mia vita, come la Sonnambula del dramma, che a fosco cielo e a notte bruna, scende per il ponticello del molino.

«Amico, benefattore mio, cancelli quell'ora dalla sua memoria e mi renda tutta intera la sua cara amicizia. Se mi abbandonano i migliori, che potrò fare sola nel mondo, forse in balìa di cattivi spiriti? Ora mi par di star bene. Il cuore è tranquillo e non desidera che pace. Gliela offro e gliela chiedo con umiltà; abbia compassione di questa povera rivoluzionaria».

* * * * *

Cresti lesse due volte questa lettera: rilesse tre volte l'altra: le mescolò per leggerle insieme, commentò l'una coll'altra, traendo da tutte due la convinzione che Flora era sincera, che il passato non era tutto morto in lei, ma che non aveva più ragione di vivere, che bisognava veramente aver compassione di lei, volerle bene, aiutarla, aspettare che il frutto maturasse da sè. Nè Ezio, in qualunque modo la brutta storia andasse a finire, poteva risorgere per Flora, nè questa nel suo orgoglio poteva rassegnarsi a raccogliere le briciole di una scandalosa cronaca. Se il giovinotto usciva dell'avventura colla testa accomodata, più di prima l'avrebbe legato a quella donna un sentimento di solidarietà, che è quasi sempre castigo degli amanti. Messa alla porta dal marito, non restava ad Ersilia Baracchi altro rifugio che la fedeltà dell'amico che l'aveva compromessa. Per quanto ingenua e inesperta delle cose della vita, Flora aveva troppo ingegno, per non sentire, a cuore riposato, la forza di questa ragione ed era naturale che il buon Cresti, il povero Cresti, il vecchio ortolano del Pioppino, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue stravaganze dovesse parere un miracolo di rettitudine in confronto di questi grossi fallimenti e di queste avarie morali. C'era dunque a sperare che il senso logico la vincesse sopra le irragionevolezze della fantasia, cioè che Flora in compenso di quella pace che invocava con tanta umiltà, avesse a offrire forse con orgoglio il suo amore.

L'uomo dubbioso e timoroso stette a lungo nel tepore delle coltri a contemplare e a covare il suo sogno, procurando di sceverare quel che di più sincero poteva essere nel sentimento di Flora da quel che vi poteva introdurre il dispetto, l'interesse, la necessità, la debolezza della donna; e finì col concludere che il mondo è di chi se lo conquista: che invalido capitano è colui, che potendo occupare una buona posizione mentre il nemico dorme, aspetta che il nemico si svegli: che poichè Flora invocava da lui pace e perdono, sarebbe stata una vana crudeltà rispondere con dei puntigli e con delle musonerie.

Saltò dal letto, e fatta una toeletta sommaria sedette a preparare un bollettino di guerra; ma ebbe un grande arzigogolare colla penna prima di infilare una parola. Provò due o tre fogli con frasi che gli parevano sempre troppo banali per sonar bene nel grandioso proclama che doveva riassumere le speranze, i sospiri, le ansie, i tremiti, le aspirazioni e le vertigini della sua vita. Finalmente decise di pigliar la strada più corta che non è sempre la più faticosa. Levata da una scatola una carta da visita, la completò così:

BENIAMINO CRESTI

avverte la rivoluzionaria che verrà stamattina a far colazione al Castelletto. Al melone ci pensa lui.

* * * * *