Questo era per Ezio come un santuario: e quando, sottraendosi alle dissipazioni della vita esterna, poteva raccogliersi una mezza giornata tra le sacre memorie e metter le mani nella corrispondenza di suo padre, il giovane Bagliani sentiva dentro di sè quasi un senso di ribellione contro la miseria di quel suo vivere, tra gente fatua, che nel suo orgoglio istintivo sentiva di stimare meno dei cani.
Fu in uno di questi momenti di resipiscenza che pensò di romperla con Liana, una vagabonda che pretendeva di comandargli e che gli aveva già fatto molte scene disgustose: e da tre mesi si vantava in cuor suo di saper resistere alle tentazioni. Anche il desiderio di dar l'ultimo colpo a' suoi studi e di prendere un titolo accademico secondo il desiderio del povero babbo, andava parlandogli in cuore come un rimorso.
Tra le molte disuguaglianze di spirito che la natura gli aveva regalato c'era in Ezio un fondo massiccio d'orgoglio che gli impediva di scendere fin dove il fango arriva agli occhi. Avveniva che dai più irregolari eccessi, quasi per rifarsi un credito davanti a sè, si chiudeva come un bimbo cocciuto per quindici o venti giorni in camera, dove si dava a studiare a più non posso, come se dovesse pubblicare un nuovo Digesto.
Da un mese era in questo periodo di penitenza e di esercizi spirituali e, se aveva ceduto una notte all'invito di Erminio Bersi, sentiva di esserne tornato ancor più sazio e ancor più convinto che la vita non può essere soltanto in fondo ai piaceri.
Per far venir l'ora di andare da Flora, tolse il violino dall'astuccio e corse una mezz'ora sulle corde, ripetendo a memoria tutte le scale degli esercizi che da cinque o sei anni tormentavano il vecchio strumento. Per quanto la naturale disposizione l'aiutasse, il nostro filarmonico non aveva mai saputo uscire da quella mezza capacità, che fa desiderare e rimpiangere l'altra mezza. Forse aveva ragione di dire il suo maestro Pazzini che i topi avrebbero fatto più presto a rosicchiare lo strumento di quel che Ezio Bagliani a studiarlo. Ma quel poco, così frammentario e rappezzato, gli serviva qualche volta a ingannare il tempo, quel benedetto tempo che in fondo, come si dice, è galantuomo e non merita di essere ingannato.
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Prima delle otto al Castelletto era già tutto in ordine e nitido come uno specchio. Dalle sei alle sette Flora nella brezzolina fresca, che veniva dal lago, aveva finito di copiare la grossa dissertazione sulla Complicità, che per settanta lire Ezio aveva acquistata da un povero storpiatello di studente, bisognoso e bravo in questi studi come un Cuiacio. Con quattro raffazzonature di stile gli aveva data apparenza di roba nuova e sperava con quattro ciarle di darla a bere ai professori della Facoltà, che hanno delle dissertazioni, specialmente di quelle grosse, un rispetto quasi istintivo che lì dispensa spesso dal leggerle. Flora aveva dovuto lottare un poco per decifrare gli sgorbi d'una scrittura storpia come il suo autore. Tutto quel gran latino ch'essa non capiva, tutte le citazioni giuridiche e i commenti ermeneutici che avrebbero fatta la disperazione d'un cancelliere, s'eran trasformati, passando sotto la sua penna di acciaio, in una magnifica scrittura violetta, aperta, slanciata, decorata di fregi e di svolazzi che gli eguali non avevano mai veduto i parrucconi dell'Università.
Dalle sette alle sette e mezzo era scesa in giardino a innaffiare i quarantacinque tra vasi e vasetti della sua botanica e a dar da mangiare alle quattro galline del pollaio. Aveva portato il caffè in camera alla mamma e combinato con lei una lista per far onore al quasi cugino di Villa Serena, che si degnava di venire a colazione al Castelletto. Si stabilì che alle due uova si dovesse aggiungere una costoletta di montone, un caffè e panna e un piatto di fichi primaticci. In quanto al vino si poteva far prendere all'osteria un certo bianco non troppo brusco che Ezio aveva una volta portato alle stelle.
Dati gli ordini alla vecchia Nunziata, Flora preparò la tavola sul terrazzo in ombra con quanto vi era di più bello e di meno scornato nella dispensa: e verso le otto si ritirò in camera a lavarsi e a pettinarsi. De' suoi tre vestiti più presentabili scelse uno di percalle celeste a fiorellini bianchi senza cintura, chiuso con una semplice arricciatura intorno al collo: un abito di carattere infantile, che la faceva parere più alta e più leggera. Que' suoi folti capelli color del rame (checchè si dica contro il rosso) non istavano male sopra il percalle scolorito, che oltre a scendere con pieghe morte e lunghe, come si vedon dipinti certi angeli di frate Angelico, coi capelli d'oro, aveva il vantaggio di nascondere un paio di stivaletti non troppo in armonia tra loro.
Mai il tempo non le era parso così lungo e abbondante come quella mattina! o le mani lavoravano troppo in fretta o troppo in fretta lavorava il suo pensiero. Dacchè Ezio aveva ripreso a frequentare il Castelletto col pretesto della Dissertazione, qualche cosa d'insolito era entrato nella vita scolorita ed eguale della casa, che da cinque o sei anni dormiva nella pigrizia delle loro padrone. Flora aveva riaperto il vecchio pianoforte, detto il trappolone, e procurava di farlo stridere meno orribilmente sotto le sue dita di acciaio. Un po' meno di polvere si accumulava sui mobili e qualche ragnatela di meno intorbidava il ritratto della nonna Celina sul fondo slavato della tappezzeria di carta color ulivo.