Quantunque Ezio non fosse per Flora che un cugino posticcio, perchè la zia Vincenzina non era che una seconda madre per il giovane, tuttavia i due ragazzi eran cresciuti, si può dire, insieme all'ombra delle stesse piante; e si trattavano col tu, sebbene la diversità della loro condizione sociale e gli anni passati da Ezio all'università li avesse separati più di quel che fosse nei loro gusti e nei loro intendimenti.
* * * * *
Il Conte Stanislao Polony, padre di Flora, di antica famiglia di Varsavia, era venuto giovanissimo in Italia col celebre poeta Adamo Mickiewicz a offrire il suo braccio alla nostra causa nazionale e dopo aver combattuto nelle cinque giornate di Milano, era stato con altri polacchi incorporato nell'esercito sardo. Aveva col grado di capitano combattuto in Crimea e nel cinquantanove era stato nominato colonnello sul campo. Dopo la pace di Villafranca sposò Matilde Stellini, figlia d'un modesto impiegato della Tesoreria provinciale, la quale lo consolò presto col dono di una bella bambina dai capelli d'oro, i capelli della nonna Celina. Scoppiata la guerra del sessantasei, il conte Polony fu tra le prime file e cadde colpito al cuore alle prime cariche alla testa del suo battaglione, lasciando la moglie e la bambina in qualche strettezza.
I beni dell'antica famiglia erano stati confiscati fin dal dì che i Polony s'eran mescolati ai moti politici del loro paese. Anche la nonna Celina, che ora guardava dal di sopra del pianoforte con uno sguardo tenero, dentro la sua vecchia cornice tarlata, anche questa figurina minuscola dai labbri rosei e dai cappelli di fuoco aveva rappresentata una parte tragica negli avvenimenti e nei rivolgimenti della patria. Donna di singolare energia, accesa di santa fiamma per la causa nazionale, inscritta ad una società segreta, la sua manina delicata aveva saputo assestare una pugnalata mortale al Commissario della polizia russa nell'uscire una notte in mezzo a una frotta di maschere dal teatro dell'opera: e così aveva creduto di vendicare il marito, il conte Vladimiro Polony, che i Russi avevan fatto morire sotto le verghe. Storie d'altri tempi e d'altri cuori, che sembrano leggende d'un altro mondo al nostro stanco quietismo; ma Flora che aveva letto questi casi in un opuscolo stampato a Parigi, dove la contessa Celina era morta in una dignitosa miseria, non poteva guardare in faccia alla scolorita immagine della nonna senza provare nel sangue un piccolo fremito d'orgoglio. Della antica grandezza di casa Polony non ora rimasta che quella cornice d'oro sbiadito, e una cassettina misteriosa che conteneva un pugnaletto sottilissimo e un piccolo guanto di donna tinto di sangue. Ma al fasto delle memorie poco, troppo poco, corrispondeva la tenue pensione che il governo aveva assegnata alla vedova del colonello Polony, e se la zia Vincenzina non fosse venuta spesse volte in soccorso della sorella più povera, troppi giorni tristi avrebbero amareggiata la vita delle due derelitte. La zia, entrata in una casa ricca, provveduta d'ogni bene, non lasciò mai di giovar loro fin dove il soccorso non paresse confinare coll'elemosina. Per loro aveva presa a pigione questa piccola e sconclusionata casa detta del Castelletto, in cui le Polony per economia passavano anche l'inverno. Nei mesi buoni amava avere con sè la nipotina a Villa Serena, che la rallegrava colla sua vivacità: o andava essa stessa a passare qualche ora ogni giorno al Castelletto quando la sorella, già molto scossa dalle frequenti artriti, non si arrischiava di affrontare i soffi dell'aria.
A questa loro sorte le Polony s'erano ormai abituate. Gl'inverni così tiepidi sul lago facevano meno sentire alla madre il tormento dei vecchi dolori che l'obbligavano quasi a un perpetuo ritiro: e in quanto a Flora, per natura già alquanto selvaggia, sapeva trar profitto della sua solitudine, anche quando il sole si specchia nelle nevi, anche nelle più torbide giornate, quando il vento porta le nubi sul lago e batte la pioggia dura contro le finestre. La lettura e lo studio delle lingue, per le quali aveva una disposizione tutta slava, la pittura, il «trappolone» le faccende di casa, le sue buone vicine povere, l'assistenza a un asilo infantile di cui s'era lasciata nominare patronessa, rubavano le ore delle brevi giornate; finchè al tornare dell'aprile il lago cominciava a ripopolarsi. Allora colle rondini tornavano le amiche straniere che son solite passare la primavera in Tremezzina: più tardi si riempivano le ville delle conoscenze più intime. Ricchi e poveri tutti conoscevano la signorina del Castelletto, la contessina, la polacca dai capelli rossi, che per quanto uscisse colle singolarità del suo modo di vivere dalle compassate convenienze, pure era l'anima delle brigate. Non si faceva una scampagnata, non si metteva insieme un ballo o una lotteria di beneficenza senza prendere gli ordini al Castelletto, che veniva considerato come il quartier generale delle buone imprese. In quanto al popolo dei barcaiuoli o dei pescatori considerava ormai la signorina come una figliuola del paese.—Peccato—dicevano qualche volta tra loro i poveretti—peccato che n'abbia pochi….
* * * * *
Per far venir quelle benedette nove che non sonavano mai, Flora sedette davanti al «trappolone» e cominciò a correre colle dita sopra un'indiavolata variazione, che faceva stridere e saltare tutte le corde più svogliate e più addormentate nel cassone; e mentre le note s'inseguivano urtandosi e incalzandosi, il pensiero si lasciava trascinare a vecchie fantasie, a ricordi lontani, ai tempi della più remota fanciullezza, quando era venuta a stabilirsi dopo la morte di suo padre in quest'angolo del lago, in questa casa aperta a tutti i venti; e vedeva Don Camillo Bagliani, un uomo grave che parlava con tristezza; vedeva Ezio, un ragazzo poco più alto di lei, vestito alla marinara, che l'invitava a giocare nel boschetto della villa o la conduceva in barchetta: vedeva la bella zia Vincenzina, ancor giovine in tutto lo splendore de' suoi vent'anni, vestita come una regina, colle sue magnifiche buccole di diamanti. Con uno sguardo riassuntivo (mentre le dita andavano per loro conto sui gialli avori del trappolone) vedeva passare molti anni e molta gente. Gli uni morire, gli altri farsi più grandi, la mamma rinchiudersi sempre più ne' suoi piccoli mali, e delle amiche, che venivano a villeggiare sul lago, quale andar sposa ed essere felice, quale andar monaca ed esserlo di più, quale alzarsi, quale scomparire. Quel che era molti anni fa un piccolo giardino s'era fatto quasi una selva: le rive una volta più deserte s'erano popolate di casette: molti che essa aveva carezzato ragazzi sulla riva c'eran già partiti e ritornati da soldato. Essa sola era stata sempre la stessa; e presso ora a voltare la punta pericolosa dei ventidue anni, si domandava (in un modo confuso che non aspettava risposta) se proprio era scritto che per lei il tempo dovesse sempre passare così.
La mamma avrebbe desiderato ch'ella sposasse il buon Cresti, il misantropo del Pioppino, un misantropo non privo d'una sua singolare amabilità, il fedele compagno delle loro lunghe serate d'inverno, il buono e ruvido Cresti, non più giovane, non di bellezza un sole, ma che avrebbe diviso tanto volentieri la vita con lei e colla mamma.
Cresti voleva dire la tranquillità e l'agiatezza serena per tutta la vita, e ciò non era poco: perchè quando Flora correva fino a immaginare quel che sarebbe di lor due povere donne tra un dieci o dodici anni, non sapeva togliersi a un senso di sgomento. La miseria e la vecchiezza son le due parche più giovani; la morte è la terza. Cresti era un cuore poco espansivo ma solido, ostinato ne' suoi affetti, di gusti selvatici, che non potevano dispiacere a Flora, anch'essa un'erba selvatica dall'aroma forte; ma con tutto questo non era ancor giunto il momento di dirgli di sì.
Posto che Ezio non poteva amar lei già vecchia e stracciona, posto che essa non poteva sposar lui per la grande differenza di condizione sociale: posto che il bel signorino amava divertirsi a modo suo e non aveva alcuna intenzione di legarsi le mani e i piedi: posto ancora che le belle—per quel che se ne diceva—eran già tutte sue e che per far breccia nel suo cuor di ragazzo gaudente ed egoista Venere e Minerva insieme non sarebbero bastate: posto finalmente che una contessina Polony dagli stivaletti scompagnati aveva pure il suo bell'orgoglio di razza—non era il caso di supporre ch'ella resistesse al desiderio della mamma e alla muta adorazione del buon Cresti per qualche segreta speranza o per un'illusione in aria che si fosse messa davanti. Ezio Bagliani—lo sapeva benissimo—non era un ragazzo da vendere la sua libertà a ventiquattro anni a una signorina di ventidue. Diceva anzi nudo e crudo a tutti quelli che volevano sentire che prima dei quarant'anni è follia per un uomo ricco il prender moglie. Troppo bella gli si apriva la vita per tutti i quattro punti cardinali, perchè volesse farsi eremita. Eran queste le massime sue e di tutti quelli che amano, come si dice, godersi la vita. Con chi e che cosa andasse a fare a Nizza nella stagione dei famosi carnevali era il segreto di pulcinella: il nome di Liana e d'altre bellezze non era sconosciuto al Castelletto. Il buon Cresti, che dalla sua solitudine seguiva la cronaca elegante, non si faceva scrupolo di parlarne forte anche in presenza di Flora, di descrivere le belle ossia le brutte avventure del signorino di Villa Serena, che dopo la morte del babbo s'era dato a battere allegramente la cavallina: e metteva quasi un certo gusto, forse un interesse suo, a caricare le tinte e a suscitare nell'animo impressionabile dell'onesta signorina orribili ripugnanze morali.