Pei campi fino all'ultimo
Orizzonte scorrea lo sguardo anelo,
Dove in azzurra linea
Si confondono insiem la terra e il cielo…

Or quegli anni fuggirono;
Serena luce, ahimè perduta, addio!
Nella più fitta tenebra
S'è rinchiuso, per sempre, il guardo mio.

Se me più non allietano
I rai del dì, sovra il mio triste fato
Non versate una lagrima:
Gioje novelle ora gustar m'è dato.

Io son siccome un reduce
Da lochi estranei al suo paterno ostello;
Non è, credete, l'intimo
Mondo dell'altro esterior men bello.

Come in Sacrario, l'anima
Quanto di grato in lei scende, ritiene;
Ciò che vale a commoverla,
Internamente suo tosto diviene.

La ragazzina diceva questi versi colla dolce cantilena che le avevano insegnato a scuola e non sempre il suo pensiero penetrava nel senso delle cose: ma Ezio non ne restava meno commosso.

Un giorno egli tornava dall'Aurora, solo, col bastoncello in mano che gli apriva il passo, ripetendo a voce alta i versi

«Io son siccome un reduce
Da lochi estranei al suo paterno ostello»…

quando a un tratto gli parve di sentirsi chiamare per nome. Si fermò una prima volta dubbioso d'aver ben inteso. Un passo leggiero suonava accanto sulla terra asciutta del viale.

—Ezio…—mormorò ancora la voce di prima un po' meno paurosa. E questa volta sentì nello spazio la presenza d'una persona che non osava appressarsi.