—Che ha ella a dire del mio cappellino di paglia?—disse, mettendosi ritto davanti a un gran vetro allumacato, che faceva da specchio al ritratto della nonna Celina.
—È bello… è stupendo… è degno del padrone.
Egli era in giacchettina chiara con una larga fascia color pomodoro, che spiccava assai bene sopra i suoi calzoni color del burro, cascanti e flosci, da cui usciva un paio di scarpe zafferano,—Che cosa mi manca per essere un bel giovine? Celiò mentre si carezzava colla punta delle dita gli scarsi baffi neri e un cespuglietto di barba crespa incipiente, che dava vigore e forza alla sua faccia abbronzata di vice ammiraglio.
—Mamma, c'è Ezio—disse Flora, andando incontro alla signora Matilde, che entrò ravvolta ne' suoi soliti scialli di lana, come se fossimo in novembre, con in testa la sua cuffietta a nastrini celesti, in cui il suo viso pareva ancor più delicato e pallido: ma la finezza dei lineamenti manteneva in quella donna malaticcia un'apparenza di giovinezza, che i quarantacinque anni avean passato da un pezzo.
—Già in piedi la mia cara zia? quando si va ancora alla Cappelletta in canotto?
—Con te mai più—protestò la zietta, che si ricordava un brutto quarto d'ora.—Non avete nessun rispetto dell'acqua.
—Sono i vostri peccati che fanno il lago cattivo.
—I nostri? chi c'era al Ravellino stanotte? è così che lor signori si preparano agli esami di laurea?
—Tu predichi così bene in quella cuffietta che è peccato non far dei peccati.
—E del tuo conte Lolò che n'hai fatto? chiese Flora,—Dove l'hai fatto fare questo elegante attaccapanni?