—Cominciamo pure. Leggi tu, mentre io tiro due boccate. Tu permetti, zietta?

—Purchè non si faccian discorsi inutili.

Ezio si abbandonò sulla tavola, appoggiò la testa al palmo della mano, e seguendo coll'occhio il manoscritto originale, invitò Flora a leggere la sua copia.

La giovine cominciò con voce netta e scorrevole:

«Nella legge de Sicariis troviamo eguagliato chi prepara il veleno a chi lo somministra. Qui hominis necandi causa…—vuoi masticarlo tu questo lardello?

Necandi causa—continuò Ezio, mentre Flora seguiva il manoscritto colla punta della penna—venenum confecerit, dederit, vel vendiderit, vel habuerit; quive falsum testimonium dolo malo dixerit… quo… qui… tu hai ragione, questi son scorpioni, non parole,

—Non c'è voluto meno che la mia pazienza e il mio amore per la tua laurea, se ho potuto resistere sino alla fine.

—Tu avrai un bel posto in paradiso.

—Speravo che mi dicessi: ti troverò un bel marito.

—A questo potrò pensarci quando avrò presa la laurea.