—Adagio, Biagio!—andava raccomandando a sè stesso—qui non si scherza. Se sdruccioli nella virtù, sei finito per sempre. Peccato che Flora non abbia dieci anni meno! fra dieci anni io avrei potuto rifarmi in lei una soave verginità di cuore. Ma ora no; sarebbe male e per me e per lei… Uccel di bosco, non posso ancora desiderare la gabbia d'oro. La virtù, una volta sposata, è difficile far divorzio. Tu avrai sempre tempo di farti eremita; basta un sospiro a creare un santo. Ma nessuno ti potrebbe compensare della giovinezza perduta, quando ti vedessi già nonno a cinquant'anni.

Belle massime di beato egoismo, direte; ma per il momento egli non ne aveva di migliori. Non pensano forse così tutti coloro che possono far qualche conto sui piaceri della vita?—Il giudizio vien da sè in groppa al tempo senza bisogno di mandarlo a cercare come un chirurgo.—Era anche questa una delle sue massime!

Il caso del povero Bersi che a trent'anni si vedeva condannato al matrimonio e i cento esempi di tristezze coniugali, che nella sua breve esperienza aveva già avuto occasione di conoscere, bastavano a metterlo in guardia contro i falsi gorgheggi di quell'idealismo, che attira i merli per farli poi morire nella rete dei santi doveri, Non gli pareva di aver la barba di un padre di famiglia; quest'idea lo faceva ridere e nello stesso tempo rabbrividire.

Con ciò Ezio non rinunciava ad ammirare en artiste quel che vi poteva essere di bello e di ammirabile nella galleria della virtù, cioè, per stare al caso suo, sentiva di voler bene a Flora, di cui conosceva oltre a qualche singolare prerogativa fisica, il prezioso valore morale, la linea aristocratica, la spontaneità, la freschezza, il profumo d'una rosa non ancor passata in nessuna mano.

Volentieri tornava al Castelletto, andava spesso in barca con lei: o colla scusa di farsi accompagnare in qualche esercizio di violino, la invitava spesso a Villa Serena.

Dal giorno che gli era venuta la buona idea di mettere un poco d'ordine nelle carte del babbo, l'aiuto intelligente di Flora gli era stato preziosissimo. Si voleva dare un assetto nuovo a certe sale, rimovere una libreria, preparare il materiale per una futura pubblicazione: bisognava far passare un mare di carte vecchie, di stampe, di lettere, di giornali: leggere, trascegliere il buono, metter via quel che pareva meno opportuno.

Un giorno tra gli altri, mentre la mamma era in stretta e confidenziale conversazione colla zia Vincenzina nella sala della veranda, Ezio e Flora coll'aiuto di Moschino trascinarono nel corridoio delle stanze superiori un vecchio e pesante baule, non ancora esplorato, che conteneva non so quante centinaia di volumi degli atti ufficiali del Parlamento subalpino. Che se ne doveva fare? abbruciarli era peccato: nè si voleva ingombrar stanze e scaffali con roba fuor di stagione. Ma intanto conveniva far passare quei grossi volumi che potevano contenere note e postille di qualche valore, Da un'ora i due giovani lavoravano con intenso raccoglimento, in mezzo a una nuvola di polvere, presso la finestra del balcone, levando dalla cassa i libri, che andavano disponendo in una lunga fila sopra la tavola accostata al muro. Lavoravano in buona armonia, come due camerati, comunicandosi a vicenda le loro scoperte, con tanto gusto di sentirsi vicini che non si accorsero nemmeno che il cielo s'era andato via via oscurando e che un fosco temporale rompevasi già sopra la cresta del Grussgal.

Moschino scese a chiudere le persiane contro i primi goccioloni che battevano sui vetri della veranda, mentre Ezio e Flora correvano dentro e fuori per le stanze ad assicurare porte e finestre. La casa fu presto invasa da quella oscurità, che dà ai muri e agli oggetti una improvvisa espressione di sgomento e rende l'animo pauroso delle proprie sensazioni. Il cielo divenne ben tosto d'un bigio cenere, intenso, carico di vento e di tuoni: il lago, teso, d'un color di ferro pareva scosso da impeti convulsivi, mal frenati dalla stanchezza pesante dell'acqua, su cui roteavano i gabbiani con giri instancabili e capricciosi. La pioggia cadeva già sulla montagna, ma veniva avanti a corsa, preceduta dal gemito spaventato delle piante che luccicavano nel sinistro crepuscolo: ed ecco subito scendere oscura e densa contro la casa e scrosciare con furioso impeto sul giardino che si umiliò a riceverla avvilito.

Non era un temporale come se ne danno tanti in agosto; e infatti si seppe poi che nelle valli aveva fatto il diavolo, strappato alberi, diroccato muri, gonfiato in malo modo i torrenti che menarono sassi e rovine.

Oramai non rimaneva che di chiudere la finestra del balcone, dove l'assalto dell'uragano era più forte e per la quale entrava già a rigagnoli l'acqua a innondare i libri. Flora che correva di camera in camera, gridando per un selvaggio gusto, come se in quella battaglia di elementi trovasse anche lei il suo posto di combattimento, vedendo la pioggia invadere il corridoio, cercò di chiudere le persiane anche da questa parte. Ma per far questo bisognò prima aprire i vetri e affrontare la furia dell'acquazzone, che fu più forte di lei, le strappò di mano le imposte, l'avvolse, l'accecò con un turbine così villano, che grondante acqua dai mille capelli dovette ritirarsi e chiedere aiuto. In quell'istante la saetta, che s'era tenuta in riserbo per il colpo finale, scoppiò sopra un ginocchio del monte, tutta la casa traballò e un guizzo sanguigno passò nel cielo, tra gli alberi, nel cuore della fanciulla, che si ricoverò atterrita nelle braccia di Ezio. Egli l'accolse e la protesse, tirandola nella gabbia della scala a riparo dal vento: l'accolse e l'avvolse nelle braccia e la tenne così un poco, fin che gli parve di sentir battere il povero cuore spaventato. Ma il profumo che esalava da quei molti capelli avvolse lui che ci posò la bocca e ci lasciò cadere tre grandi baci, che scesero profondi come tre goccie di piombo caldo a bruciare per un istante tutte le fibre vitali della fanciulla, che si abbandonò più pesante e si dimenticò in una breve e soave inerzia.