—Cresti ha ragione di dire ch'io son peggio d'un fanciullo. Che cosa posso ormai temere?
Per non agitarsi troppo su questi pensieri, che gli toglievano il sonno, lesse qualche pagina della storia del Consolato e dell'Impero del Thiers, che insieme a qualche opera del Cantù e del Balbo formavano la biblioteca del Pioppino: e si addormentò nel bel mezzo della battaglia di Austerlitz.
Il giorno dopo si fece la barba e si vestì nel miglior modo con quella compitezza tutta militare ch'era rimasta ne' suoi gusti anche in mezzo ai più crudi bisogni. E dopo colazione si lasciò condurre al convegno. La sua visita era stata annunciata da Cresti, che aveva in giuoco anche lui il suo interesse. Massimo s'era assunto di aprire le prime trattative di quell'atto, che doveva essere per l'amico il passo risolutivo di tutta la sua vita.
—Donna Vincenzina—gli aveva detto il Cresti—vuol un gran bene a Flora e Flora sta volentieri a quel che dice la zia Vincenzina. Tu le devi chiedere prima di tutto quel che pensa di me, se gli sembro un uomo ragionevole o un pazzo. Se essa ci incoraggia, nessuno meglio di lei potrà fare il resto. Dille che io metto la mia vita nelle sue mani. Al punto a cui sono arrivato non posso più vivere di dubbi e di incertezze: meglio un bel colpo sul capo tutto in una volta che non questo morire a goccia a goccia.
—Io farò del mio meglio, quantunque sia un ambasciatore in disponibilità.
Per evitare il troppo sole seguirono un pezzo la stradicciuola alta in mezzo ai campi e uscirono sulla strada di Bolvedro, dove Cresti si fermò alla botteguccia d'un pasticciere a comperare un cartoccio di bocche di dama e di schiumette per le signore. Massimo andò avanti solo e alla prima ombra che trovò si fermò ad aspettare il compagno, seduto sull'orlo di un muricciuolo. Dai giardini veniva un buon profumo di erbe aromatiche. La montagna sparsa di casolari, divisa in quadratelli coltivati, nella piena luce del sole saliva a disegnarsi colla linea grossa delle sue creste sul fondo del cielo. Il lago mandava alla riva un'onda blanda, senza spume, in cui riflettevasi senza rompersi l'immagine di tre nuvolette bianche immobili sopra il San Primo.
Massimo andava osservando queste cose sparse per non voler pensar troppo alla sua parte di attore pauroso: ma per quanto cercasse di uscir di sè, non poteva a meno di non rimasticare il suo monologo:—Non è lei che debba perdonare qualche cosa a me; piuttosto sono io che dovrei perdonarle di non aver avuto fiducia nelle mie forze: ma a che giova riandare quel che non può più tornare indietro? Il perdono è un vaso delicatissimo che è difficile tanto consegnare come ricevere bene. Meglio sarà non parlarne. Ma il tempo, il tempo che cosa avrà fatto di noi? Cresti dice che ella è ancora quella di prima, se non forse più bella: ma io non son più quello e stenterò a rientrare così rotondo come sono nella sottile immagine che forse ella conserva ancora di me. Dovrà ridere un poco vedendo quel che il tempo cava fuori da un brillante ufficiale di cavalleria, o, se è vero, come vuol Cresti, ch'io sia rimasto ancor vivo nel suo pensiero, dovrà piangere, vedendomi diventato l'astuccio di me stesso. Era forse meglio ch'io non risuscitassi e restassi morto giovine nella sua memoria. Ma andiamo avanti: oggi non è per me ch'io vivo: oggi devo anch'io tornar utile a chi mi vuole adoperare. Ezio mi dovrà condurre a visitare una tomba, che ha bisogno anch'essa d'un mio requiem. Lo devo dire anche per riposo dell'anima mia, perchè da troppo tempo porto chiuso nell'anima il peso morto d'un odio inumano e inutile. Chi rientra nell'amore rientra nella vita: e nulla fa tanto piacere come una buona fiammata domestica al comparire delle prime nebbie d'autunno.
Su questo filo all'incirca correvano i suoi pensieri, mentre le cicale facevano coro dagli ulivi. Finalmente il piccolo Cresti comparì nel vano d'un portichetto e si avvicinò col suo passo diritto di soldatino di piombo, tenendo l'ombrello chiuso sopra una spalla come uno schioppetto e il pacchetto delle paste nella mano.
—Senti, ho pensato che oggi ci può essere anche Flora e che è forse meglio rimandare il gran discorso a un'altra volta—disse quando fu vicino.—E forse è meglio ancora che io non ci sia.
—Ho capito: anche tu hai una grande paura….—disse Massimo ridendo.