—Tanta paura che mi tremano le gambe.

—E allora—continuò Massimo, fermandosi nel mezzo della strada—che cosa andiamo a fare a Villa Serena? a che pro tormentarci a vicenda? Torniamo indietro.

Cresti stette a sentire se l'amico diceva da senno: a che pro tormentarci? ma quando vide che Massimo rideva di lui, appuntando un dito, gli disse:—Sei giusto tu il capitano senza paura!

—Tiriamo avanti, Massimo. Se saranno botte le piglieremo.

E in questo discorso giunsero davanti a un cancelletto che metteva nel giardino della villa. Cresti lo spinse e fece suonare due forti campanelli che ne custodivano la soglia e che riempirono il cuore di Massimo di un diabolico spavento. Ma non fu solamente il suo cuore a balzare allo schiamazzo di quei due campanelli pettegoli.

Anche donna Vincenzina, che aspettava da un'ora in ansietà, dopo una notte mal dormita, trasalì, impallidì, si lasciò andare sopra una sedia.

—E ora che cosa fai? sei pazza?—esclamò la sorella Matilde, vedendola così smarrita—possibile che tu possa aver di queste paure?

—Non è paura: paura di che? ma egli non è per me il primo che capita.
Mi avrà perdonato davvero?

—Che ti deve perdonare? tu hai sempre fatto più del tuo dovere.

—Ma egli non sa tutto. Un mistero c'è tra me e lui.