—Oramai è storia finita.

—È storia finita: ma io, senza mia colpa, gli ho fatto un gran male.

—S'egli avesse in cuore qualche rancore, non sarebbe venuto.

—È vero. E poi, dodici anni sono una gran tomba. Va tu, va tu incontro per la prima: io vi raggiungo subito.

Donna Vincenzina, rimasta sola, raccolse tutte le sue forze, si arrestò un istante davanti allo specchio passò le mani sulle tempie, corse col piumino della cipria leggermente sulla fronte e sulle gote, si considerò, forse si confrontò con un'altra donna d'altro tempo e nel venir via disse, lanciando un'occhiata al quadro ch'era a capo del letto:—Cara Madonna, aiutatemi voi!

La zia Matilde trovò Ezio che aspettava nell'atrio e gli disse:—Dunque siamo intesi. Quel che è morto è morto.

—Diavolo, zietta! e speriamo che nasca qualche cosa di bene.

Uscirono insieme sul piazzaletto, mentre Massimo e Cresti scendevano adagio adagio per il sentiero ombreggiato. Al veder la figura di una donna, Massimo s'arrestò un momentino e, sforzando il fiato, chiese sottovoce:—Chi è?

—È Matilde—mormorò il Cresti. Di mano in mano che scendevano dall'ombra verso la luce del piazzaletto, le cose si confondevano come dentro a una nebbia per il povero Massimo, che non sentiva più nemmen la voce del suo compagno, che gli faceva l'effetto d'un moscone. Fu scosso dagli schiamazzi allegri d'un giovinotto che, allacciandolo, stringendolo, palpandolo, gli gridava:—È questo dunque il mio vecchio zio d'America? oh, bravo: lasciati abbracciare, uomo selvaggio. Come ti si deve dire? cavaliere? commendatore? ambasciatore?

—Zio, zio, zio…—potè finalmente esclamare quel pover'uomo affogato dall'emozione.