—Ecco il gran giorno!—andava ripetendo Flora in cuor suo—Bisogna che io ci vada con tutte le armi.—Volle per quella mattina essere bella, ben vestita, raggiante di quel poco di buono che Dio le aveva dato. Mai aveva sciolto tanto amido azzurro nella catinella come questa volta per dare consistenza e splendore alla sua gonnella di mussolina. Al collo volle mettere le due fila di corallo rosso che facevano brillare il candore di cigno della sua carnagione; nei capelli bastava che ci fosse un nastro che li stringesse forte nel mezzo e li lasciasse cascare liberi alla greca.

Mentre stava nella sua stanza a dar gli ultimi punti a un paio di stivaletti scuciti, sentì nel salotto da basso risonare una voce sconosciuta, una voce di donna che parlava il falsetto, ma forse più che parlare gorgheggiava con una intonazione di testa, framettendo risate acute ed esclamazioni entusiastiche piene di oh, di ah, di stupendi, di splendidi.

—Chi è e da dove viene questa Cocorita?—domandò facendosi sul pianerottolo con quelle due scarpette in mano. E stette un poco a sentire.

La voce continuava a raccontare alla mamma storie non mai sentite di viaggi, di corse, di matrimoni, di carnevali in Riviera, di gente incontrata a Parigi, a Nizza al Cairo, a Madera e in cento altri siti meravigliosi, in cui madama Cocorita era passata ne' suoi inverni, in compagnia del barone suo marito (madama Cocorita era una baronessa). Ora eran venuti a passar qualche mese a Cadenabbia, sull'albergo, nella speranza di poter acquistare una villa in Tremezzina, di cui il barone suo marito, sovente malaticcio, era innamorato. Parlava quasi sempre lei, madama la baronessa Cocorita, con un tono di festosa declamazione, di piena soddisfazione di sè stessa, gorgheggiando, stridendo sugli acuti come un violino: e solo di tanto in tanto un'altra voce più bassa e querula andava intercalando una frase a mo' d'accompagnamento:—Mio genero el baron l'ha fato—mio genero el baron l'ha dito.

Dopo un quarto d'ora di quel concerto, stando in vedetta sul pianerottolo e spiando dalle gretole delle gelosie, vide uscire una signora—pallida e molto bella, che aveva in testa un gran cappello alla Luigi XV, ornato di larghe piume di struzzo, una figura spagnuola che pareva tolta da un quadro del Velasquez: e accanto a lei vide girondolare un vecchietto piccolo e secco come un baccalà, tutt'ufficioso e complimentoso, vestito di un'elegante stifelius di società che non pareva folto sul suo dosso, da cui uscivano due solinoni acuti e taglienti come trincetti, stretti in una cravattona verde più dell'insalata.

Mentre la mamma accompagnava questi non mai veduti visitatori verso il cancelletto, Flora sentì che la baronessa nominava la bella Vincenzina e quel caro tesoro di Ezio…

—Che c'entra costei con Ezio? chi è, da dove viene questa baronessa dalle piume di struzzo?—e appena vide la mamma ritornare, scese le scale e le andò incontro:—Vuoi dirmi chi è questa Cocorita colle penne di struzzo?

—È un'antica compagna di scuola della zia Vincenzina e venne a cercarla qui, credendo che fosse al Castelletto,

—E quel vecchietto che pare un ombrello in una fodera troppo grande?

—È suo padre, il sor Paoletto: un antico sonatore di clarinetto del teatro Regio.