—Bisognerà pure che ci lasci parlare a nostro modo.

—Hai proprio detto centotre scalini?—chiese ancora Massimo, fermandosi a prendere un po' di fiato all'ombra di una cappelletta sull'incontro di tre viottoli.

—Il tempo di cuocere il risotto: abbi pazienza!

—C'eran questi centotre scalini dodici anni fa?

—C'erano, ma forse erano più dolci. Anche i sassi peggiorano col tempo. Al Pioppino non troverai nulla di cambiato, nè un chiodo, nè una sedia, nè una stoffa. Non manca che quella povera donnetta di mia madre, che ho fatto portare laggiù, dove spunta quel cipresso. Era il suo gusto negli ultimi anni di stare alla finestra a vedere il lago; e spero di andare anch'io a mio tempo a vederlo da quel cipresso. È stata lei che ha voluto far rinfrescare questa cappelletta e ritoccare questa brutta Immacolata, per la quale aveva una divozione speciale. A volte si dice: peccato non poter credere!…. Del resto qui il tempo passa che tu non te ne accorgi. Non è scomparsa la neve che ci son le violette; le violette cedono il posto al fiordaliso e al papavero; questi all'uva, l'uva alle castagne, le castagne alle nebbie e al freddo.

—E alle partite a scacchi….—aggiunse l'amico con intenzione.

—Anche—confermò l'altro, arrossendo un poco.

—Si ricorda ancora la piccola Flora di me?

—Piccola…. Tu vedrai che donnone s'è fatta.

—Sicuro, dodici anni son molti: me ne accorgo al peso di questi scalini.