—-Paolo, non ci si vede stasera—gridò don Procolo, che perdeva già dodici soldi.
Battistone, che sul pranzo si lasciava sempre andare con troppa voracità, sbadigliava, masticando colla bocca aperta tutte le vocali dell'alfabeto. I soliti non erano allegri.
—E dunque, sto Carlinetto?—chiese il prete.
—L'ho incontrato tra le dodici e le dodici e mezzo, in via di S. Vincenzino, tutto imbacuccato in un soprabito d'inverno, in mutande. Eravamo ai tanti d'agosto e c'era una splendida luna.—Dove vai, a quest'ora, da queste parti?—gli domando.—Sei tu?—risponde—A mia moglie è venuta una voglia. Vuol mangiare una carota. Dice che non può dormire, se non mangia una carota. Vado a vedere se trovo un ortolano aperto…
—Oh! oh!—esclamarono i soliti.
—Che cosa vuoi? che mi nasca un figliuolo con una carota al posto del naso? le donne bisogna contentarle quando sono in certe condizioni.—Così dicendo, mi salutò e svoltò per la piazza Castello in cerca della carota.
O povero Carlinetto! Battistone che pativa mancanza di respiro, fu preso a questa storiella da un singhiozzo nervoso, che lo fece ballare un pezzo come un sacco di crusca sulle molli del divano.
Come avviene però delle cose del mondo, belle e brutte, cull'andar del tempo anche il discorso di Carlinetto cedette il posto ad altri argomenti nella solita saletta del Paolo e quasi me lo avevano dimenticato.
Ci fu nel frattempo un gran processo di assassinio, con complicazione di adulterio. Poi seguì la guerra dell'Afganistan: poi scomparve la povera Marianna senza più dare notizie di sè. Insomma Carlinetto sarebbe stato dimenticato per sempre, se la sera del diciotto dicembre, tre anni dopo il matrimonio di quell'asinaccio, Battistone non avesse domandato, spiegando un foglio sul tavolino:
—Indovinate chi mi scrive.