Carlinetto gli tolse la roba dalle mani e lo spinse verso il fuoco in mezzo agli altri due, che non cessavano di tormentarlo.
Ma in quel momento entrò l'Erminia e i tre vecchi giovinastri si schierarono in fila come i soldati. Carlinetto cominciò le presentazioni.
L'Erminia vestiva quell'abito color vino di Montevecchia che porta tutte le feste alla messa del prevosto a S. Maria alla Porta, quando la si vede raccolta nel suo gran velo nero, col libro di velluto sanguigno fra due morbidi guanti chiaretti, Al Sanctus s'inginocchia, nasconde la faccia tra le pagine della sua «Via al Cielo» e si alza poi più lieta e più rossa dopo aver pregato per i bambini, per Carlinetto e un poco anche per i suoi peccatucci veniali. Vivendo un po' di tempo in un gran magazzino di mode, ha imparato il savoir faire di trattare colla gente e una grazietta un po' biricchina, che le mette due fossette sulle gote e una sul mento quando ride. Ha poi dei dentini meravigliosi, bianchi e piccini come grani di riso.
Oggi per la circostanza si è messa indosso tutti i gioielli di sposa, la catena d'oro e i pizzi freschi alle maniche e al collo. I tre invitati, in fila come i soldati, fecero una bella riverenza, presero la bella manina fresca, balbettarono qualche complimento col modo confuso e goffo che usano sempre i giovinastri, quando sono sotto la suggezione di una donna di garbo. Il trattar bene colle donne, specialmente colle più belle e colle più maliziose, non è questione di coraggio, nè d'ingegno, e nemmeno d'aver studiato belle lettere. Anzi niente è più inutile per dire a una bella signora il suo sentimento quanto il sapere molte lingue. Dunque non è meraviglia se, con tutto il suo latino, anche don Procolo non sapesse trovar di meglio che la solita frase:—Ho piacere di fare la sua conoscenza…..
—E io ho piacere di conoscere i miei più tremendi rivali. Carlinetto parla sempre di loro come di antiche amorose. Fra noi dunque ci dovrebbe essere della ruggine e della gelosia, ma oggi è giorno di pace.
—Pax in terra hominibus—disse il prete.
—Et donnibus—soggiunse Carlinetto con un latino tutto suo.
Si rise ancora una volta tutti insieme. L'Erminia a ridere pareva un campanello. Carlinetto (quell'asino!) acceso in viso d'un bel porporino che tradiva tutte le sue diverse e profonde affezioni, alzando le braccia, lasciò cadere le mani aperte sulla schiena di Battistone, larga come una piazza, e gridò:—Merito proprio d'essere impiccato?—E voleva dire se per una donnina così non c'è il suo tornaconto anche a fare uno sproposito. Battistone capì l'antifona e dopo aver studiata la bella figura della padrona di casa coll'occhio dell'uomo navigato (era stato in Crimea, lui) si volse verso il camino, ruminando non so che confiteor.
Ma tutti erano curiosi di sapere com'era andata l'avventura del telegramma. Carlinetto, non volendo che si toccassero certi tasti in presenza dell'Erminia, la mandò via con un grazioso pretesto.
—Vado, vado, non son mica curiosa delle loro avventure….