—Fuori l'Immacolata Concezione—gridò il prete.

Venne la minestra fumante.

Altro che pezzo di montagna! la povera ragazza, rossa abbruciata dal fumo della pentola e dalla vergogna, non sapeva come nascondere la faccia e come farsi sottile in certi passaggi stretti fra le sedie e il muro. La signora Erminia, al paragone delle altre due bellezze giovanili in fiore, risaltava ancor più bella per un certo languore di colori e di lineamenti. Quel sangue che mancava a lei lo aveva sulle guance Peppinotto, che scaldato anche lui dal fumo della pappa, pareva una bella ciliegia. Ma il più bello, il più raggiante, colui insomma, che poteva dar dei punti al sole, era Carlinetto (quell'asinaccio) colla sua fronte nuda e lucente, coi pochi capelli biondi irti sul cucuzzolo, avvolto nel tovagliolo come un sommo pontefice nel piviale.

Il paradiso dei mariti gli sfavillava negli occhi, come un uomo che si sente appoggiato da una parte all'amore, dall'altra all'amicizia.

Egli era il signore, il babbo e il nababbo di quelle donne e di quei bambini. Si sarebbe detto, a vederlo, che il pover'uomo, rannicchiandosi nella sua sedia, cercasse di rimpicciolire la sua dignità o di sfuggire a quel troppo di felicità che è sempre di cattivo augurio.

—Cavaliere—gridò il padrone di casa—le mani davanti e gli occhi sul piatto. Voglio che Paolina sia garantita.

—Allora si può pretendere che anche don Procolo metta i piedi sulla tavola.

Omnia munda mundis—esclamò il prete, che cominciava a sbrodolare la coscienza colla minestra calda.

—E Battistone? a che cosa pensi, eccelso Battistone? al povero zio moribondo?

Battistone rideva nella gola d'un riso grasso e affannoso.