Una lucernetta nascosta da un paralume, rischiarando a mala pena il passaggio, lasciava lo sfondo nell'ombra, dove biancheggiava confusamente un padiglione bianco e luccicava qualche cornice d'oro.
—Riverenza all'altare!—disse sottovoce il prete; e Battistone, che sentiva il suo canestro sul braccio, nel traversare quel semioscuro ambiente, provò qualche cosa nell'animo, come sarebbe la paura di cadere da un gradino che non c'è.
Dalle due finestre d'angolo, che davano sulla piazza Castello, si vedevano i lampioni a gas, quasi soffocati dalla nebbia e dalla neve in un cerchio rossiccio. Le cupole bizantine del vicino teatro Dal Verme si appiattavano anch'esse nella notte, senza un respiro di luce, come la carcassa capovolta di un immane bastimento.
Il salottino da pranzo, ben rischiarato da una lampada sospesa e ben caldo, scintillava di posate di pakfond, di saliere, di bicchieri nitidi, Sopra una scansia stavano schierate dodici bottiglie di diversi autori, qualcuna col collo d'argento,
—Qui c'è odor di morto—disse don Procolo, allargando le nari al buon profumo dell'arrosto,—Gli faremo un funerale di prima classe.
Erminia fece sedere don Procolo al posto d'onore. Fra lui e il Cavaliere pose la Paolina. Poi Battistone fra lei e il bimbo. Gli altri in seguito. Bebi, di sei mesi, dormiva in uno stambugietto vicino.
—Immacolata!—gridò Carlinetto.
—Chi è quest'Immacolata?
—Vedrete. Una ragazza d'Airolo, un pezzo di montagna con vigna annessa.
—Vi prego di dare il buon esempio—disse con un sorriso la padrona di casa.