—Io sì…—aggiunse il povero vecchio, ripigliando il filo delle reminiscenze, alzando di nuovo il bicchiere color dell'ambra a specchio della fiamma. «Il diavolo l'aveva condotto in mezzo a cento insidie e una volta che si sbaglia il primo bottone si sbaglian tutti. Si va giù alla maledetta per i gradini del disordine e il sacco della buona fede si sparpaglia per la strada. Brutta vita quella di predicar bene e razzolar male! brutto quel correr dietro ai morti colle scarpe rotte a mendicare una candela di cera vergine e le due lire e mezza del funerale! Brutti, o bisogni, che fate il vestito rattoppato, intabaccato, e le calze ragnose! Un vizio tira l'altro. Ci si attacca al tarocco, al tabacco, al vin di Stradella…. e si finisce col non capir più nemmeno il latino del papa, il quale anche lui ha il suo diavolo che lo attacca alla roba di questo mondo. E intanto le coscienze precipitano….—Don Procolo indicò anche col dito l'abisso in cui gli pareva di veder precipitare le coscienze—le pecorelle si sbandano, sitiunt animae e il pastore è ubbriaco…
—No, no, non va bene, non va bene… non va bene….
Il prete che era rimasto solo davanti al caminetto seguitò un pezzo a leggere nello viscere del fuoco quest'eterna filosofia:—Sitiunt animae e il pastore è ubbriaco. Eppure si potrebbe ancora accendere colla fiaccola gli spiriti morti. Il mondo non si governa colle ciarle. Ben venga il pastor novus a predicar la carità e il mondo gli andrà dietro come un greggie solo; ma non deve aver la mitria e il piviale d'oro. Gesù poveretto sarà sempre lui il padrone del mondo…
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Carlinetto aveva menato gli altri a vedere Bebi che poppava. Egli teneva il lume: Paolina s'era inginocchiata in terra e andava posando dei piccolissimi baci sul cucuzzolo del bambino, mentre la mammina, tra il vergognoso e il superbo, abbassava gli occhi per non vedere d'esser veduta.
Don Procolo credette nella sua malinconia di veder il presepio in lontananza. Bebi era il bambino, l'Erminia la Madonna, gli altri i Re Magi e Carlinetto San Giuseppe. E lui don Procolo, lui era l'asino, a cui è stato imposto di soffiare sui figli degli altri. Se il salotto di Carlinetto era caldo e rischiarato, non bisognava dimenticare che la neve cadeva sui tetti, sulle strade, sulle campagne, a seppellire i casolari dei poveri, che non sanno come ripararsi. Perchè non mandava, almeno lui prete, un pensiero d'amore ai bisognosi, ai mendicanti, ai malati, agli orfanelli pei quali non v'è nè pane nè panettone? perchè non usciva anche lui, sacerdote e padre dell'amore e della misericordia, a bussare a tutti gli usci dei poverelli e a portare un cesto di pane a chi non ha nemmeno la mostarda per accompagnarlo? Ma la gola tira l'egoismo e tutti e due insieme fanno l'asino del presepio cocciuto contro il bene. Una soave carità scendeva a scaldare il suo cuore. Oh se egli avesse avuto le tasche piene di marenghi, avrebbe voluto attraversare Milano e sparpagliare quel bel giallo sul bianco della neve e plif e plaf….. allegri poveretti! Il Signore è nato per tutti…
Il buon vecchio, trascinato a girar come un arcolaio sopra il suo pensiero, mentre, faceva l'atto di buttar marenghi nella cenere del caminetto, cantarellò a voce alta: e plif e plaf.
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—Che cosa fa, don Procolo? animo, aiuti la balia.
Così dicendo, Carlinetto collocò sulle braccia del prete il bamboccio gonfio come una mignatta, sprofondato nel cuscinetto, colle gote accese, che aveva accora sui labbruzzi la rugiada.