E dietro ancor la selvaggia coorte
Seguo sonando dei barbari re,
Con Berengario primo a cui la sorte
La corona di ferro indarno diè.
Ecco sen vien Arduino d'Ivrea
Dentro il cappuccio del suo mesto sajo,
Ma le vive speranze ond'egli ardea
Mandan dagli occhi bagliori d'acciajo.
Passano cento, ne seguono cento,
Dai campi sorgono e dalle città:
Passati gli elmetti d'or del cinquecento,
Sforza, Ferruccio, Gaston di Foà.
Le variopinte tue divise ancora
Vidi e le piume e i kolbacchi di pelo,
Che scongiurar una terribil ora,
Eugenio, quando respinta dal cielo
Roma tremò che non vedesse il corno
Della fatal mezzaluna e gridò.
Ma da Belgrado non fe' più ritorno
Chi la tua spada, o Savoia, provò.
Ride di luce il ciel sopra la strada
Che le rovine del Foro discende,
Ecco un rullo che par fulgor che cada,
È la Gran Guardia che mai non si arrende.
Viene ancor esso e non agita il ciglio
Placido il Grande Imperator crudel:
E il bel delle battaglie Angel vermiglio
Incalza i Mille e ne fiammeggia il ciel.
Tanta immortale semenza di prodi,
Che nel sol mattutin s'agita, parmi
Un trionfo di Numi.—Lontan odi
Al Panteon salir l'onda dell'armi.
E mille voci di sotterra uscite
Alzano il grido: "Salute, o gran Re!
Noi di tre storie larve impallidite
Come a signore ci prostriamo a te.
Salve, o gran Re, nella tomba securo,
O dell'Italia paladino amante.
Al suo dolor le tue lagrime furo
Non men dell'opre gloriose e sante.