Ma più beato chi del cor dirige
I dolci incanti a suscitar le larve
Delle remote o spente illusioni,
A richiamare i tramontati giorni
Nella veste raggiante e sa dei morti
Baci evocar le timide fragranze,
Come allor che la vita altro non era
Che un fior di più nel semplice giardino
Di giovinezza. Al rifiorir di queste
Essicate memorie, io non so come,
Sento che tutta l'anima s'inebria
Di savia gioia e sembra che il ricordo,
Ombra del ver, scenda del ver più bello.

Io la serbo nel cor questa parola
Ch'apre le fonti alla dolcezza e chiama
Tutti gli erranti spiriti che vanno
Per la luce e per l'ombra. Ecco, s'io dico
Il sacro motto, a me tornan le belle
Donne che alla tristezza di Natura
Intessero un sorriso e tutte passano
A me davanti colla man gittando
In mezzo a molti fior frasche d'ulivo:
E passan le gentili a te facendo
Molle la strada, per la qual tu scendi
Estrema, nel dolor cinta, ma in pace
Tra le modeste ancelle dell'amore.

Chi trattener vi può nella leggiera
Procession che sfila sotto l'arco
Ch'io v'innalzo, o divine visioni?
E qual nembo è sì forte che vi possa
Sgominar nel pensier che vi rimena
In terra? Ancor se il mio voler indugia
A ripeter l'incanto, ecco ch'io traggo
A me vassalli quanti cavalieri
Portar la grazia del valor dipinta
Nei bianchi scudi e furono di dame
Pallide grazioso patimento:
E par che al lor trascorrere risuoni
Il rumor del torneo misto ai singhiozzi
Delle mandole. E voi dal tempo chiamo
E voi governo, ombre sepolte all'ombra
Dei vecchi monasteri, illividite
Nei passeggiati marmi, invan da mille
Anni consunti nelle cripte e spenta
Fin nella mente degli scribi illustri,
Che di vostr'ombra pascono la scarna
Gloria che li fa vivi. E vanno i canti
Per l'alte ogive e fremon le dipinte
Finestre al pio riverbero che emanano
I dischiusi sepolcri. A cento a cento
Escono le devote anime bianche
Delle mistiche spose a cui fu sposo,
Il morto in croce e talamo l'avello.

* * *

È questa la virtù, madre, che spesso
Mi mena a favellar presso la sponda
Del tuo riposo all'ombra d'una tenera
Edera affettuosa che ti abbraccia
Per amor mio. Colà dove ti è dato
Dal ciel per premio di sognar te stessa
Nel silenzio campestre, odo la nota
Voce che parla. Nel morir del sole
Vedo l'immagin tua venir tra l'erbe
Folte nel mezzo alla fiammante festa
Dei fior di prato, onesta apparizione
Più vicina al mio cor che mai non fosti,
Come ogni cosa che dal cor germoglia.

"Il dolce immaginar caro ti sia—
—Sento che dici—più che il vero e il fasto
Dei chiassosi trionfi. A te sia bello
Richiamar quel che fugge e far coi fiori
Del tuo pensier ghirlande a' figli tuoi.
Altri dai vivi a mendicar si affanni
La carità del vivere, o se piace,
Un lumicin di fatua gloria errante
Entro le stoppie. A te sia pane e luce
Il santo giusto che per sè risplende:
Nè ti spiaccia seder spesso coi morti
Pensoso ad ascoltar quel che la terra
Racconta al ciel, a cogliere virgulti
Molli di pianto, a riempir le mani
Di speranze a chi va senza conforto
Per le strade del mondo.

Alcun t'invidi
Nella vecchiezza tua, quando d'intorno
Rifiorirà la selva delle belle
Cose pensate e nel varcar la soglia
Ti verrà dietro l'ultima speranza.

LE ORE DELLA VITA

Disciolto il vago sogno, esco pei campi sotto la neve e nella nebbia occulti, quasi occulto a me stesso o a me sol noto quanto basta per dir: son un che piango, Per il nudo deserto in ordin mesto mi seguono, lasciando dietro un solco di tristezza nel pian candido, i morti pensieri della vita e quei che all'alba del primo gioco giovanil sereni nunzi di glorie e fantasie di pace all'innocente cor disser le prime insidie e quelli che al maturo senso schiusero il mito delle eterne cose. E seguon lagrimando, angeli vinti nella breve battaglia intorno al vinto lor signore, le rotte ali strisciando alle ruvide spine. Escono al pianto nostro dalla socchiusa urna del Tempo l'Ore cadute, che passar nel regno della mia vita luminose o brune, e ognuna a ricordar alza la voce quel che già fummo.

* * *