Già i preparativi erano fatti, fatte le pubblicazioni; lo sposo aveva già regalato un bello astuccio di brillanti e le parenti lontane chi un vaso di cristallo, chi un ventaglio di madreperla, chi un braccialetto, ecc. Isolina, assistita da una sua zia materna, poichè la mamma era morta da un pezzo, attendeva il gran giorno con estasi. Lo sposo era bello, ricco, simpatico.
La vecchia casa detta del Zoccolino, che il Carpigna aveva acquistata per il fallimento d'un suo socio, rimessa a nuovo e rinfrescata in tutte le parti, non pareva più quel lurido filatoio di una volta, dove il povero Battistino Dell'Oro, fallito, rovinato, rosicchiato dai debiti, si era impiccato per la disperazione a un gancio del portone. Si diceva sommessamente che il Carpigna avesse aiutato una mano a rovinarlo e che la messa ch'egli faceva dire ogni 23 dì settembre avesse lo scopo di versare un secchio d'acqua sopra una pover'anima del purgatorio, se c'era bisogno. Ma eran cose vecchie di trent'anni fa, forse anche di più. Scomparso il filatoio, al suo posto sorse una bella casa bianca col portone di cotto, colle persiane verdi, col giardino degradante a scalinate verso il lago, il Zoccolino insomma, come può vedere ancora chi naviga verso Macagno sul lago Maggiore.
Il giardiniere aveva addobbato il giardino a bandiere e a palloncini cinesi, e la notte prima del sacramento fu un continuo sparo di mortaretti e un gran suonare di chitarre nelle barche illuminate.
Quelli dell'altra riva del lago, vedendo quei fuochi, dimandavano:
—Che cosa c'è al Zoccolino?
—È il Carpigna che marita la figliuola.
—Sposerà qualche altro ladro usuraio.
—Quando uno è ricco, c'è sempre chi dice che ha rubato.
—Volete sentirla, voi che parlate così?
Questi discorsi erano fatti da un gruppo di pescatori, che stavano fumando la pipa innanzi all'osteria di Cannero, sull'altra riva. C'era dunque il lago di mezzo e tanto largo che vi potevano affogare tutte le verità della nostra santa religione.