—Sentiamola, poichè la sapete.

—Quel povero Battistino io l'ho conosciuto. Gli portavo la legna ogni settimana e so che gli affari non gli andavan male anche con quattro figliuoli. L'uno fa oggi il contrabbandiere colla Svizzera, una vita da ladri, sapete, e dice che un giorno o l'altro metterà lui la dinamite al Zoccolino. Fu lui che gli toccò staccare suo padre dal portone quella mattina, ed è un fegato sano che non ha paura del buio.

—Che cosa c'entra il Carpigna che ha sempre negoziato di carbone?

—C'entra che Battistino gli aveva prestato sessantamila lire, sulla parola e che il Carpigna negò di averle ricevute mai. Ecco come c'entra.

—Fu una bestia a fidarsi.

—L'aveva tenuto a battesimo, pareva un santo a vederlo in chiesa, quando pregava la croce sull'altare.

—Son peggio degli altri.

—Quello fu il principio della sua fortuna.

Dall'altra parte del lago si gridava invece: Viva la sposa! viva gli sposi! viva il signor Gaspare!—C'erano trenta o quaranta persone, tra invitati, parenti, barcaiuoli e persone di servizio. Nel salone di mezzo a pianterreno, aperto sul giardino, la tavola preparata per la baldoria luccicava di bicchieri, di trionfi di vetro, di confetti, senza dir nulla delle torte, dei marzapani, delle gelatine, che avevano fatto venire da Locarno. Sopra una scansìa presso il muro una batteria di bottiglie dal collo d'argento aspettava il momento di scendere in battaglia. Dal giardino ogni soffio più vivo del vento portava dentro un profumo acuto di limoni misto al profumo caldo delle vaniglie e dei gelsomini.

Isolina, bella, allegra, saltellava come una gattina nella sua innocente giovinezza, finchè tutti sedettero a tavola e fu stappata la prima bottiglia di vin bianco d'Asti, che inondò della sua spuma d'argento l'abitino della sposa.