—Segretario, legga lei la lettera,—disse Isolina senza guardarla.

Il segretario lasciò via il sonetto, prese l'altro foglio e con quella medesima intonazione, a cui aveva già preparata la bocca….

Dirò prima che l'attenzione degli astanti era stata richiamata sulla cassettina dal vedere Isolina che vi rimestava colle mani, e ne traeva della crusca, ponendola di mano in mano sul piatto assieme ai confetti.

Il segretario lesse dunque, anzi declamò: «A Gaspare Carpigna, lettera dell'altro mondo».

A tutti parve una frase comica e pazza fatta per ridere; chi rise, chi alzò la mano, chi il bicchiere.

E il segretario, distratto come un'oca e colla testa piena di fumo continuò: «Carpigna, alla dote di tua figlia aggiungi anche la collana di Battistino dell'Oro».

Tutto ciò fu letto come un sonetto, nel tempo che l'Isolina colle manine bianche e piene di diamanti traeva dalla crusca una cordicella nera, grumosa, grossa come il suo dito mignolo, lunga come una vipera comune, che, inorridita, lei lasciò cadere, che parve proprio una biscia morta. Gettò un grido, storcendo la bocca, alzando le due mani colle dita rigide, adunche, mentre un silenzio profondo, un silenzio brutale, un silenzio di ghiaccio sottentrò alla festa, e cento occhi bianchi, cento occhi gelati si fissavano sul viso incartapecorito del signor Gaspare. Un buffo d'aria stortò le fiamme delle candele.

La sposa fu portata via. Quando andarono a risvegliare dal suo deliquio il signor Gaspare, ch'era rimasto colla pupilla di vetro sulla biscia morta, gli trovarono le mani fredde, i piedi lunghi e la bocca piena di sangue. Soltanto i capelli parevano vivi sul capo.

Intanto sull'alto picco della Zeda, un contrabbandiere sfidava il buio fischiando, cantando

Sposettina, vien con me….