È notte, nevica. Torno a scrivere ad Enrico, e mi pare che una nuova eloquenza scaturisca dal mio cuore. Le parole che stentano a uscire dalla penna quando devo descrivere cose che non mi riguardano, oggi vengono in folla sulla carta. Prometto di parlare al babbo per lui e di implorare un perdono che ha già tardato troppo a venire. Chiudo la lettera con la frase: «la tua mammina».
Questa frase non è ancora finita, che una lagrima cade sulla mia mano.
Ma è una lagrima dolce.
Il cuore è orgoglioso della nuova parte che è chiamato ad assumere.
20 dicembre.
Stamattina dopo colazione, mentre il babbo si sprofondava nella sua poltrona a leggere i giornali, mi sono avvicinata e appoggiatami colle braccia alla spalliera, al di sopra della sua testa:
—Papà,—dissi—Enrico è a Milano.
—E così—chiese il babbo burberamente.
—Siamo quasi alle feste di Natale….
—Non è colpa mia se queste feste saranno cattive.
—Pensa, papà….