—Non lo dirò più, signora mammina.
25 dicembre.
Io non ho mai passata una notte di Natale così serena e tranquilla come questa volta, nemmeno negli anni bellissimi della prima fanciullezza, quando si sognano gli angeli e i pastori che vanno per la via al suono delle cornamuse. Il cuore, anche nel sonno, vegliò in una soave contentezza, che scese a colorire e a rischiarare tutte le cento visioni che passano nella fantasia d'una ragazza che non ha dormito bene da un pezzo. E per una facile confusione di idee, dopo essermi incontrata colla mamma in un paese sconosciuto, illuminato da un grande falò, io mi confusi con lei, cioè sentii d'essere lei, e che gran parte della morta viveva e parlava in me.
Oggi a mezzodì entrò correndo la Costanza. Agitando le braccia come una gallina che tenti volare, gridò:
—Viene, viene….
Enrico, pallido e tremante di commozione, comparve nel vano dell'uscio. Il babbo, pallido e tremante anche lui, si alzò.
—Papa!—gridò il ragazzo con un accento che non dimenticherò più. Si stesero le braccia, e quei due uomini si gettarono l'uno sul seno dell'altro.
La Costanza, che versava lacrime come un ruscello, seguitò a tirarmi per il vestito fino in fondo alla sala, dove nascondendosi dietro la tenda della portiera, tornò a dire:
—Mi giuri ancora che non dirà nulla.
Anche davanti a quel suo trionfo, la povera donna temeva del nostro orgoglio e forse non aveva torto. In sessant'anni di esperienza ella si era abituata a credere che i signori non amano le lezioni che non possono pagare. Dopo i debiti di gioco ciò che più ci pesa infatti sono i debiti di gratitudine.