—Sono intirizzito, Baccio, e poichè Don Luigi dorme ancora, una fiammata mi farebbe bene.

—Subito, rispose il campanaro, ma prima vado a mettere in stalla quella povera bestia che è là fuori. La conosco da un pezzo; se le rientra il sudore la vi ha la tosse per quindici giorni.

Il dottore lo lasciò uscire, e, senza darsi pensiero alcuno di quella strana precedenza data alla sua bestia da Baccio, andò ai fornelli, ne tolse di sotto una fascina, la gettò sul fuoco e, voltogli il dorso, e spalancate le gambe, prese di buon grado la tazza di vino presentatagli da Bazzetta.

Il quale, passandomi vicino, mi gettò all'orecchio queste parole:

—A domani il resto della storiella; intanto, acqua in bocca, mi raccomando.

—Vi pare? ho promesso e vi basti.

—Ecco, signor dottore, un ospite giunto da ieri al signor curato. Un grande artista, uno scrittore, che so io, un poeta di Milano, che si diverte ad andare attorno a ritrattare le montagne, sicuro; un signore di Milano. Di Milano, non è vero?

Il lungo dottore si inchinò col miglior garbo del mondo.

Stavo per compire, o meglio, per rettificare a modo mio la presentazione, quando ai piedi della scala apparve la faccia pallida e sconvolta di Mansueta.

La poveretta aveva finto di obbedire all'ordine pietoso del farmacista, ma, invece di andarsi a coricare, aveva passato quelle lunghe ore, rannicchiata su di una seggiola, a piedi del letto del suo padrone, compulsandone il respiro, contandone i tremiti,—e veniva ad avvertirci che Don Luigi si era svegliato, che sospettava la presenza del medico e che era pronto a riceverlo.