Sicchè, quando la luce del giorno venne a svegliarmi, mi alzai balordo e rannugolato peggio di un autore che ha passato la notte guardando la punta asciutta di una penna di acciaio. Il tempo mi teneva bordone. Quale spettacolo mi si offerse quando spalancai le imposte! O sole, o beatitudine diffusa il dì prima sull'universa natura! Più nulla! Il cielo, di un grigio plumbeo ed uniforme avea fatto una discesa sulla terra; esso nascondeva le cime dei monti i quali parevano un altipiano fuggente in una linea retta senza soluzione di continuità, tracciata per il passaggio di un convoglio ferroviario. Più in giù di quell'immensa coperta bianca, erravano, squarciandosi alle cime arruffate dei pini, alcune nuvole vaporose che mutavano forma ad ogni minuto secondo, fiocchi di soffice cotone dispersi da un ventilabro invisibile. Aveva piovuto certo buona parte della notte; ogni foglia, ogni virgulto era una conca piena di goccie che ad una ad una, a intervalli uguali, faceano capolino all'orlo, si allungavano in forma di pere, staccavansi e precipitavano. Quelle migliaia e migliaia di stille facevano un rumor sottile, indefesso, impercettibile quasi, e che non ha nome nel vocabolario di nessuna lingua, Ora, pioveva ancora; ma, per accorgersene, era necessario affissar lo sguardo su qualche cosa di oscuro. Le fronde pendevano immote; pure, di tratto in tratto, un alito leggiero di vento le scoteva mollemente; ciò ricorda quei respiri più lunghi del solito che sollevano a distanza di parecchi minuti il petto di chi dorme dopo una buona digestione, e che sembrano uscire per attestar che la vita palpita tuttavia sotto la completa immobilità. I passeri aggruppati in crocchi malinconici si scambiavano dalle folte macchie degli onici il loro cicaleccio di semicrome e di semiminime affastellate, ma senza brio, senza vivacità, come per non tradir l'abitudine; e la rondine volava dalla campagna alla gronda, spossata, a malincuore, come un impiegato che vada all'ufficio col dolor di capo.
Giungeva dalle convalli il belato lamentevole delle capre e degli agnelli in collera col trifoglio bagnato; le giovenche, più parche di fiato, rispondevano ogni tanto con un lungo muggito che somigliava a una raccomandazione di aver pazienza.
Sulla strada costeggiante il muro del giardino, quella dove il dì prima si erano fermati a colloquio il Sindaco e il farmacista, sbucò d'improvviso una truce apparizione: un uomo con una cassa a spalle, una cassa da morto. Egli camminava a fatica sotto il peso, il quale, a tutti gli alberi che incontrava, ne scoteva, urtandovi, uno scroscio di goccie di pioggia che prevenivano così quelle dell'acqua benedetta. L'uomo, ad ogni nuovo scrollo, usciva in una bestemmia.
M'accorsi allora delle campane che suonavano pei funerali della povera Gina.
Ed io che il dì innanzi, a quella finestra, aveva nell'anima un carnevale di rime!
Discesi, e trovai preparata la tavola per la colazione.
—Tre posate? chiesi a Baccio che ripuliva, strofinando e soffiando, il mobiglio.
—Ma sicuro; uno voi, due il signor Bazzetta e tre il signor De Emma.
—Il signor De Emma! sclamai, balzando come se mi si fosse posta sotto i piedi una lastra rovente. Ma chi è il signor De Emma?….
—Eh! Come non lo sapete? Il signor medico….. quello che ho condotto a casa io, ieri sera. Siccome faceva un tempo del diavolo,—voi non ve ne siete accorto perchè chi sa come avete dormito….. non potevate tener gli occhi aperti,—e che la veniva a rovesci, si è deciso a passar qui la notte. E a momenti verrà a tenervi compagnia.