Mi guardò stupito: nessun pensiero di ribellione aveva mai attraversato quel suo animo umile e mansueto. Si strinse a me rabbrividendo.

Superbo di farla da Mentore o meglio da Mefistofele, io ripresi:

—Il signor Angelo vi tratta come un cane; mostrategli che siete un uomo col respingere i suoi oltraggiosi beneficii; lasciate la sua casa, buttate il suo pane e fate da voi.—scommetto ch'egli non vi correrà dietro a farvelo accettare per forza.

—Guardate, dissi poi, accennando al libro di Rousseau che faceva sempre capolino dalla sua tasca, voi avete lì un bell'esempio. Non vi fermate alle sue melanconie, ai suoi piagnistei: guardate al sodo della sua vita: tutte le volte che Gian Giacomo ha voluto cercare il successo, il successo gli è venuto incontro: colpa sua se sovente egli l'ha rinnegato per rinchiudersi daccapo nella chiocciola della sua pigrizia.

Eravamo così arrivati a Sulzena. Fin là l'abatino aveva camminato al mio fianco dritto e spedito. Ma all'ultimo svolto del sentiero, quando apparvero le case del villaggio e più eminente da una parte del paese, solitaria, più vasta ma non più appariscente dall'altre, quella del signor De Boni—non potè contenersi. Tolse il suo braccio di sotto al mio e fe' capire colla sua inquietudine che non voleva essere visto in mia compagnia. Non insistei e lasciai che prendesse un viottolo di traverso che girava dietro alle case.

—Ci rivedremo, caro… come ti chiami? gli domandai.

—Il sindaco mi fa chiamare Ignazio, per un suo fine di ironia, ma il mio nome è Aminta.

—Curioso nome!… vuoi ch'io venga a prenderti qualche volta?

—No, fu lesto a rispondere, verrò io.

E così ci separammo amici, di quella vecchia e durevole amicizia che a dieciott'anni si fa in un'ora.