—Mistretta alzatevi. Come vi chiamate?

—Antonino Mistretta, detto il Salernitano, d'Antonino: pecoraio, di
Lercara.

—Raccontate quello che fece la banda di Don Peppino; e ricordatevi che faceste una confessione al presidente Morena.

—Quando io fui chiamato da Morena, vennero con me il Lombardese e
Ciccio Raja, e mi dissero come regolarmi.

—Questo lo sapevamo, ora parlate tutti d'un modo: non c'è cosa che non vi fu fatta fare o dire per forza. Va bene: sedete.

E così Di Marco, disse che s'era fatto sempre gli affari suoi; Mesi, ch'era innocente come Gesù Cristo; Di Salvo, ch'era un uomo onesto; il reverendo, che lo si voleva calunniare; Raimondo, che non sapeva di che intendessero parlargli…. Secondo questi signori, pareva che i giudici avessero tutto il torto, essi avrebbero dovuto sedere sul banco dei rei, e loro giudicarli!

Come andava tutto questo imbroglio?

Della faccenda, secondo il solito, se n'era immischiata la mafia.

Come!… un brigante tanto celebre, una delle colonne del malandrinaggio, doveva far la figura d'infame, e cascettone!!¹ Come!… si doveva permettere che un buon numero di fratelli fossero dati mani e piedi legati in potere della giustizia!! non si direbbe mai!!… E un bigliettino, piccolo sì, ma gravido di minaccie, fatto arrivare destramente al benefattore della società, fece cambiar le cose di punto in bianco. Non voleva morire il già Marchese: e sapeva benissimo che dalla mafia la resipiscenza è giudicata viltà, la rivelazione tradimento, e si puniscono con la morte. Del resto era sicuro che i suoi giudici, e il governo del re (come soleva dire) benchè si disdicesse, gli sarebbero sempre grati delle confessioni fatte, e gli ammetterebbero l'istesso le circostanze attenuanti: chè, in fin dei conti, aveva fatto una gran luce dove non c'erano che tenebre. Si disdirebbe dunque, salvando così capre e cavoli, e si disdisse.

¹ Denunziatore.