Nino aveva un vizio, quello d'innamorarsi subito; ne aveva un altro più grave, innamoratosi nuotava subito nell'etere più puro, e quella ragazza pareva fatta apposta per fargli perdere la testa. Onde le cose non potevano arrestarsi a quel punto; tanto più che la vecchia signora aveva odorato un buon partito e adoperava con lui que' modi accorti, propri di certe mamme, quando si cacciano in capo d'attirare un merlotto nella rete del matrimonio. Egli seppe che le domeniche solevano passar la sera in casa della signora del secondo piano: si dette attorno, e trovò presto modo di farvisi presentare. Lì si giocava a mosca cieca, o al giuoco dell'anello, e s'improvvisavano quattro salti alla buona, al suono squarrato d'un pianoforte che aveva anni quanto, il Tantum ergo. Nino ballava sempre con Serafina; quando gli toccava di star nel mezzo con gli occhi bendati, correva brancolando verso di Serafina, se sentiva il riso che la furbetta soffocava apposta nel fazzoletto di batista, o il fruscìo particolare delle sue sottane; si fermava più del dovere curvo davanti la fanciulla, quando passava l'anello; e le parlava dolcemente, guardandola negli occhi, agitato nel sentire le sue mani tra quelle tiepide di lei abbandonate nel grembo. Si che la Borelli madre lo seguiva con lo sguardo, tutta gongolante, che pareva fosse lei l'innamorata di quel ricco giovinotto; e le mamme delle altre fanciulle stringevano le labbra in aria contegnosa, ripensando a quel tal vecchio signore che si diceva madre e figlia avessero pelato a dovere. La vecchia se n'accorgeva, ma non se ne incaricava, aveva tutt'altro per la testa: badava invece a mostrarsi più gentile che mai col giovinotto, e una sera l'invitò a andare in casa loro qualche volta, se ne potevano ricevere l'onore. Nino accettò con riconoscenza, si sbracciò in mille proteste; l'onore era suo, che diavolo! e l'indomani sera ci andò.

Era incappato nella rete.

Quando le disse per la prima volta che l'amava, erano alla finestra.

La mamma, con un par d'occhiali sul naso aguzzando le sopracciglia, faceva la calza, seduta vicino alla lucerna. C'era un bel lume di luna, e nell'aria olezzante di zagara vibravano i malinconici accordi d'una chitarra. La fanciulla lo guardò teneramente, poi mise un sospiro, e abbandonò la bionda testolina sulla spalla di lui.

Si sposarono. Egli aveva fatto un nido delizioso della sua villetta nelle vicinanze de' Ficarazzi, vi andarono a nascondere la loro tenerezza appena sbocciata.

Ma due mesi dopo Serafina era già stanca di quel testa testa. Le parole d'amore mormorate dolcemente con la bocca sulla bocca, nel sedile di legno sotto i lilla del giardino; le lunghe passeggiate silenziose, di sera al lume di luna, stretti l'uno all'altro, guardando le stelle, raccogliendo con un trasalimento di tenerezza i rumori della campagna; le mute estasi sotto al boschetto degli aranci, o seduti sul ciglione d'un campo, con le mani tra le mani; i lunghi desinari pieni di carezze e di baci; per lei avevano perduto presto ogni incanto. Nell'anima sua era successo quel che succede nell'anima d'un fanciullo, che studiandosi con ardore a cercar di scoprire il congegno d'un balocco, finalmente ci riesce. Ora provava altri vaghi desideri, si sentiva nascer nel petto altre aspirazioni indefinite, intravvedeva, come attraverso a un velo, altri orizzonti più rosei, più opalini, il vero mondo, quello dal quale l'aveva tenuta lontana la sua povertà, con le feste, i teatri, le conversazioni, le passeggiate, e le mille altre frivolezze che ne fanno l'attrattiva…. Pensava di sollevare quel velo, con un trasalimento anzioso.

Tornarono a Palermo.

II.

—Donna Maricchia!… Donna Maricchia!… gridò Serafina due volte: poi battè il piedino sull'impiantito tutta stizzita. Oh, la maledetta donna, che ninnolona!… Donna Maricchia!…

—Vengo…. signurina, vengo….