XI.
Nel focolare della vecchia torre dei tizzi ardevano lentamente mettendo nell'oscurità della vasta stanzaccia chiarori incerti, ballonzolanti. Si udivano due russi formidabili, simili ai rumori di due seghe che mordessero nel legno a rilento, ed or s'alternassero or si confondessero. Metteva l'uno Sciaverio, avvolto nel cappotto, rannicchiato sulle asserelle del letto, con la testa appoggiata sullo strapunto abballinato; l'altro mastro Vanni, seduto al fuoco, a testa china, la sudicia barbaccia sul petto, e le mani penzolanti tra le gambe, illuminato dalla luce azzurrognola dei tizzi, la quale gli dava un aspetto fantastico di stregone.
Fuori, l'acqua cadeva come Dio la sa mandare, mentre il vento e il mare pareva facessero a chi potesse urlare di più.
—Che tempaccio da cani! borbottò il vecchio aprendo a un tratto gli occhiacci rossi, e dando uno sguardo bieco alla porta scossa furiosamenente dal vento: poi ricadde nell'immobilità e tornò ad assopirsi.
L'altro seguitava a russar sodo.
Trascorse un quarto d'ora circa.
Tom…. tom…. In quel fracasso risonarono due formidabili picchi.
Mastro Vanni si destò in sussulto, e stette a origliare.
—M'è parso d'aver sentito picchiare…. disse tra sè: e lo prese un forte batticuore. Chi poteva essere a quell'ora e con quella razza di tempo?
Tom…. tom….
S'alzò, e in punta di piedi andò a riscotere Sciaverio. Chi è in difetto è in sospetto: Sciaverio fece un balzo come se nell'aprir gli occhi avesse visto gli sbirri, e tutto arruffato e stravolto, saltò alla gola di mastro Vanni.