—A st'ora non s'apre a nessuno: andate per i fatti vostri.
—Son io, compare Sciaverio: mastro Pasquale.
E questo nome s'udì chiaro, come se chi era dietro la porta l'avesse gridato con la bocca sul buco della serratura.
Era proprio il roccellese, avvolto nel suo straccio di cappotto, fradicio mezzo, e inzaccherato come un cane.
Grandi esclamazioni di piacere dei due birboni rinfrancati, ressa per sapere che ci fosse di nuovo, come era andato l'affare.
Ma il mafioso badava a sfogarsi col tempo, con delle bestemmie da turco: si levò il cappotto, e andò ad appenderlo a un cavicchio, si levò il berrettaccio unto, e con una pezzuola si messe ad asciugarsi l'acqua e il sudore: finalmente pronunziò un «tutto è andato bene» che allargò i cuori di que' due galantuomini. Mastro Vanni andò a prendere una bracciata di legna secche, che buttò sul fuoco; poi sedettero, e il roccellese cominciò il suo racconto.
Si rifece da capo. Partiti dalla torre un'ora prima che aggiornasse, come sapevano, avevano cavalcato sino a Cozzo di Lampo: lì consegnata la lettera a un amico per portarla al fattore della Rocca, erano andati a Basalaci, nel fondo d'un altro amico, dove erano restati parte del giorno, e la notte. L'indomani all'alba erano partiti per i Gancitani, dove, con l'aiuto di Dio erano arrivati senza cattivi incontri. Acquattati fra pietroni in una certa lista sopra lo stradale, avevano veduto venire i due individui che dovevano portare il danaro. Nicola era andato a incontrarli: e dopo un'ora di confabulazione con uno di essi, era tornato dicendo, che i Savarella tenevan duro, egli aveva dovuto ridurre la somma. Però era l'ultima concessione che faceva, si sarebbero adoperati i mezzi violenti se il sabato non avessero portato ottomila onze ai Gammisini. Basta, contrariamente alle sue parole, ai Gammisini s'era contentato di due mila e cinquecent'onze. Però la cosa non gli pareva tanto liscia…. Avevano mandati lui e Santo a far la guardia, essi perciò non avevano visto nulla di quel che avevano fatto i compagni con quello che portava i denari. Nicola s'era scusato con dire, che i danari glieli aveva portati Pietro Carollo, un amico a cui non si poteva dare una negativa, tanto più che stava col barone *, e l'istesso barone aveva mandato a dire che accettassero le sue preghiere, facessero a modo suo: il Barone era una persona grande, comprendevano…. Poi s'erano messi a fare un certo conto senza sugo…. tanto a questo, tanto a quest'altro; tanto per quello, tanto per quell'altro…. un vero pasticcio in cui non aveva compreso un'acca. Si figurassero! Nicola, fra l'altre, aveva detto, che bisognava dare cent'onze all'uomo del Barone, e i palermitani ad approvare! Cent'onze a colui per aver portato semplicemente la somma, e che razza di somma! e a loro che avevano ideato, maturato, condotto a bene l'affare rischiando la pelle, che cosa toccava? Cento vent'onze per uno!… cento vent'onze! Era credibile?
—Basta i pesci grossi mangian sempre i pesci piccoli!
E dietro quest'osservazione filosofica, consegnò a Sciaverio e a mastro Vanni duecento quarant'onze.
I due birboni intascarono il danaro tutti scontenti, mentre mastro Pasquale ciondolava il capo come per dire, lo vedete in che mani siamo capitati? E però Sciaverio voleva fare, e voleva dire.