—Ho capito, disse il cugino Santo che non aveva capito affatto.

—È l'ora d'andare da quella carogna di mastro Cruciano, disse mastro
Pasquale.

—Andiamo.

—Andiamo.

E ci andarono.

—Salutiamo mastro Cruciano, dissero i due farabutti a una bocca, postandosi sul piede destro con una mano al fianco e l'altra appoggiata sulla canna americana.

Il vecchio furbo, con un par d'occhiali sul naso legati dietro la nuca con una cordellina, era al pancone, nell'entrata della sua casetta, che gli serviva anche di bottega, tutto intento a combaciare le doghe d'un barile. Non alzò che gli occhi, e di su gli occhiali stette a guardare i due cugini, un po' cambiato nel volto.

—In che posso servirvi, domandò finalmente in tono agrodolce, a causa di compare Santo che aveva il vizio di cavar fuori il coltello anche per un nonnulla.

—Favorisci, rispose il Carrarella.

Il bottaio, sempre immobile con le doghe in mano, non disse verbo: guardò con la coda dell'occhio mastro Santo, che lo fissava con l'aria più mafiosesca che mai, ed aspettò. Il cuore gli batteva un pochino.