Basta, tornò, e ce n'andammo insieme. Mi disse che doveva parlare a Ntoni per l'affare della morella che gli avevano rubata, e che don Peppino, pregato da lui, aveva fatto cercare: s'era trovata, e Ntoni poteva andarla a prendere alla Gerbina: mi disse che alla masseria di quel feudo quel giorno c'era condito, mi ci volle condurre a ogni costo, e ci andammo. Lì trovammo don Peppino. Nino Di Marco, compare Ciccio Raja, Mamola…. tutti i picciotti insomma; e alcune donne, Maria la Ciminnita e sua figlia Peppa, una certa donna Rosa da Villafrate, Anna Caltabellotta l'innamorata del capitano, una ragazza a quindici anni, che, gli assicuro, si può bere in un bicchier d'acqua. Gli amici mi fecero un mondo di cose, ci abbracciammo, e ci baciammo. Intanto seppi che s'erano riuniti alla Gerbina per decidere se dovevano ammettere nella banda Antonino Mistretta detto il Salemitano e Vincenzo Biggica. Il Salemitano era vecchio nell'arte; ma Biggica non aveva dato nessuna prova, si figuri che non aveva commesso manco un reato! era però un giovane di buoni principii; a cui piaceva la vita libera, e che aveva tanto in uggia gli sbirri, che si cambiava di colore ogni volta che ne vedeva uno. Basta, si chiusero nella stanza di sopra, confabularono un quarto d'ora, e finalmente uscirono.
Don Peppino s'avvicinò a Biggica e al Salemitano: fece al primo una predichetta come ne suol fare, gli mise innanzi agli occhi i pericoli della vita del brigante, quale fine l'aspetta…. qua, là, egli non aveva reati sulla coscienza, era giovine, aveva una madre da mantenere, pensasse alla povera vecchierella…. Insomma un certo discorso che ci fece piangere tutti. Finalmente gli disse, che la banda riunita, secondo i regolamenti, respingeva la sua domanda, e accettava quella di Mistretta. Allora ci avvicinammo tutti a compare Nino, e ci congratulammo con lui; e il povero Biggica restò in disparte come un can bastonato. Sedemmo a tavola. Compare Raimondo aveva fatto le cose proprio bene, e ci fu mangiare per trenta. Basta, andiamo che sentivo spesso Anna Caltabellotta chiamar don Peppino ora il Marchese, ora il suo Capitano delle Montagne, facendosi tutta sdolcinata. Ero seduto vicino a compare Nino D'Amico che mangiava come un lupo.
—Compare, gli domandai sottovoce, mi fareste il piacere di dirmi perchè quella sgualdrina chiama il vostro capo ora il Marchese, ora il Capitano delle Montagne? Compare Nino lasciò un osso di capretto che stava stritolandolo addirittura, e mi rispose:—Compare, è un segreto del nostro capo…. però voi m'avete liberato da un gran pericolo, e non posso negarvi nulla: ma!…
—Oh, non dubitate. (Lo dico a lei perchè è dei nostri). Dunque compare Nino si chinò e mi disse all'orecchio:—È un marchese incaricato da Francesco di venire a organizzare in Sicilia un brigantaggio come quello del Napoletano.
—Davvero! esclamò don Castrenze.
—Che posso dirgli, riprese il campiere stringendosi nelle spalle.
—Stento a crederci…. perchè…. Ragionate con me: se le cose andassero come vuol dar a intendere D'Amico, don Peppino non ci avrebbe avuto difficoltà ad accettar nella banda Biggica, Dolce, De Felice, Graziano e tant'altri. Ma, direte voi, non s'eran fatti ancora conoscere: ed io vi rispondo, che in affari di quella sorta, non si guarda tanto pel sottile.
—Sì, ma….
—Io suppongo piuttosto che don Peppino, da quel volpone matricolato che è, sparga queste voci per farsi amici i proprietari malcontenti, averne protezione, e cavargli i danari di tasca senza farli strillar tanto. Che ve ne pare?
Compare Giorgi si strinse di nuovo nelle spalle, poi dette un'altro lungo bacio al fiasco.