—Ma non gli ho raccontato il meglio, riprese asciugandosi le labbra col rovescio della mano. Ci alzammo da tavola. Don Peppino dette la mano alla sua favorita, e invitò i compagni a fare altrettanto con le loro belle. Andavano a fare una passeggiata nel bosco, ci dissero, e partirono senz'altro. Restammo io, compare Nino, Mistretta, Biggica e altri, si figuri come. Ci guardammo negli occhi. Puliamoci il muso, dissi levandomi il fazzoletto di tasca. Tutti si messero a ridere.
E Giorgi anche ora rise a squarciagola della sua barzelletta, mentre il galantuomo si restrinse a un certo suo sorriso di satiro, che scoprì i denti neri nella bocca che gli arrivava agli orecchi.
Accesero le pipe, appoggiarono i gomiti sul deschetto, le guance nelle palme, e restarono a guardarsi, cacciando gran boccate di fumo.
—E ora a noi, pensò il galantuomo, e, senza levarsi la pipa di bocca, cominciò a tastare le acque: e se il Marchese ci veniva spesso alla masseria, se era uomo da potersigli fare una confidenza senza che uno avesse poi a pentirsene, e se qualche giorno compare Giorgi potesse farlo abboccare con lui… Si trattava d'un affare delicato…. rischioso…. ma d'oro, proprio d'oro! E insinuandosi a poco a poco, sempre cauto, cercando di cogliere i minimi moti del volto ruvido del campiere, finì con dire, a pezzi e bocconi, quel tanto perchè quegli comprendesse. Non nominò la persona a cui doveva farsi il tiro, ma parlò di Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso, che gli aveva proposto l'affare…. e finalmente gli domandò se voleva essere della partita anche lui. Ma non ci sarebbe stato bisogno di tante precauzioni: Ciulla era il più gran birbone ch'esistesse sotto la cappa del cielo. Egli approvò, e accettò. Non conosceva quel Serafini, ma quando ne rispondeva don Castrenze non ci trovava a ridire. Gli parve buona l'idea di parlarne a don Peppino, però c'era un piccolo guaio: il Capitano messo alle strette dai soldati, carabinieri e militi, che andavano per quelle campagne come le cavallette, era ricorso alla sua solita tattica, se n'era andato alla marina di Ribera. Appena tornato però, era sicuro che veniva a Pietracaduta, gli parlerebbe, avvertirebbe poi l'amico, indicandogli il giorno che doveva venire alla masseria per concludere ogni cosa.
Per evitar qualche guaio, gli scriverebbe: «Domani verrà il pecoraio che vuol vendere la cavalla.»
Tutto ciò, l'indomani dopo aver preso un par di conigli col furetto, don Castrenze andò a raccontare al reverendo, il quale fu contrariato dall'intoppo: ma non c'era che fare, e si rassegnò: con una certa pazienza, poichè…. insomma…. l'affare era avviato benino. Annunziò con gran piacere al guercio che don Giovannino era partito quel giorno stesso, per ritornare agli studi: un impiccio di meno.
IX.
«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo, togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.
—Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale…. aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva risposto:—Si parla una volta.
L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.