Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.
Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati, entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove l'aspettava don Peppino.
La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso, mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi. Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto l'abbaiare sinistro d'una volpe.
Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra, nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.
—Castrenze…. mormorò il prete.
—Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.
—L'hai sentito?
—Sì.
—Che diamine vuol essere.
—Umh…. Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni attorno il luogo dell'appuntamento…. sarà un di essi che l'avverte del nostro arrivo.