—E una! disse tra di sè compare Nino tutto mortificato: pazienza.
Fermò la cavalla e si rimesse dietro.

—Non vogliono consigli? non gliene darò dei consigli…. se n'accorgeranno quando si troveranno nel ballo, e non ci sarà più rimedio…. allora diranno: ce l'aveva predicato D'Amico, o perchè non volemmo dargli retta? Quello è uomo che ha naso e giudizio!… Facciamo pure: per parte mia, mi tagliassero anche a pezzi, non dirò più una parola…. Ma giusto in quella, il lamento lugubre d'un gufo fece rimescolar tutto compare Nino: si segnò col pollice sulla fronte, giù pel naso sulla bocca, e sul petto: Mamma mia! quello era un canto di cattivo augurio. E in un baleno gli ritornò in mente quel che aveva inteso raccontare essere occorso al tale o al tal altro, per aver sentito quel canto; e s'esaltò e s'impaurì talmente, che, malgrado il proponimento fatto, e il timore che aveva del capo bandito, non potè più tenersi. Spronò la cavalla e tornò a mettersi accanto a lui.

—Do do don Pappino, disse con la bocca piccina.

—Che vuoi?

—A a a avete se sentito quel la la….mento?

Il Capitano trasalì: l'aveva sentito anche lui, e gli aveva fatto molto senso.

—L'ho sentito, rispose affettando quella tranquillità che non aveva.

—È è è i i il ca canto de de del gu gu gu gufo.

—E?…

—A….a….a….apporta disgrazia.