Gli occhi del bandito mandarono un lampo: si voltò; con un gesto violento allontanò da sè un lato del cappotto, e disse fra denti stretti:
—L'apporti tu la disgrazia, ceffo di sagrestano, e jettatore!… e se seguiti a rompermi i corbelli…. sangue…. il gufo avrà cantato per te. Riprovati ora!
—E due, disse tra di sè compare Nino, che, a quel rabbuffo mise davvero la coda tra le gambe, fermò la cavalla e tornò dietro. Questa volta vi restò, fattosi piccin piccino dentro il cappotto, non osando nemmen di fiatare, tanta era la paura che incuteva il capobandito a' suoi compagni, quando si degnava di montare in collera.
Ma l'effetto era fatto; una misteriosa inquietudine s'era impadronita di costui.
Il canto di quel gufo era davvero di cattivo augurio: gli avesse a incogliere qualche disgrazia? E gli si presentò dinanzi agli occhi la morte, col suo sinistro riso di scheletro; vide dietro di lei il buio dell'ignoto…. parvegli di sentir grida e gemiti, e fu preso dal terrore: sbattè le palpebre, come per far sparire quella tetra visione, mentre l'anima sua si rimpiccioliva, si rannicchiava basita nel fondo più riposto del suo corpo. C'era un Dio, l'aveva inteso dire: ogni scellerato (ed egli in quel momento riconosceva d'esserlo) doveva render conto delle proprie azioni a Lui, Giudice severo e inesorabile…. Aveva pur sentito parlare d'inferno, di pene eterne, nel fuoco eterno, tra gli eterni gemiti dei dannati…. E il bandito feroce, impasto di iena e di leone; lo strano innestatore che era venuto ad applicar le mazze del brigantaggio calabrese alla pianta incespugliata e rachitica del brigantaggio siciliano; l'uomo alla cui scuola dovevano perfezionarsi Umberto Riggio e Biagio Valvo, i quali a loro volta dovevano formare capi feroci quali De Pasquale, Leone, Rinaldi, Rocca, Capraro, Sajeva, Plaja ed Alfano, si frugò con mano febbrile nel petto, ne tirò fuori l'abitino della Madonna con un sacchetto gonfio di vari santi, e lo portò alle labbra fervorosamente. Allora tentò di scusarsi, d'attenuare la gravità de' suoi delitti, cercando nella sua vita passata, accusando il destino, mentre andava al passo irrequieto e nervoso della Bordellina che rodeva la briglia e drizzava l'orecchie a ogni ombra, a ogni leggero rumore.
A' suoi occhi si presentava un primo quadro: suo padre e sua madre, onesti contadini, nella loro casipola di Lungro di Cosenza, che dicevano il rosario, seduti attorno al focolare dove bolliva la minestra di patate: la morte l'aveva spazzati col suo soffio gelato, quasi tutt'e due a una volta, sicchè era restato orfano a dodici anni appena, sotto la tutela d'un suo zio, guardiano nella Sila dell'Acquafridda. Egli la vedeva la sua Sila, quell'immensa foresta di querci e di pini secolari, tetra, solitaria, e fredda, di cui conosceva i più cupi recessi, dove tendeva tagliole a ogni sorta di bestie selvatiche. Egli lo vedeva quel suo zio, un vecchio lupo che aveva perduto il pelo ma non il vizio, e aveva contribuito a spingerlo nella via delle scelleratezze, raccontandogli la vita dei banditi celebri, levandone le azioni alle stelle. Non lo poteva dimenticare; erano lunghe storie di sangue, di stupri, di rapine, che avevano lasciato un solco rovente nell'anima sua, l'avevano gettato in preda a fantasticherie selvagge, a cocenti brame d'emulazione. Sicchè qual meraviglia se a sedici anni servisse già di spia e da provveditore di viveri ai briganti, avesse la sguardo bieco, il lampo sinistro degli occhi d'un vero masnadiere? E il vecchio se ne compiaceva; e guardandolo, esclamava allegramente: Mannaia alla madonna, non par vero! non ne ha nulla di quell'imbecille di suo padre che, con la sua probità, non riuscì ad altro che a crepar sulla paglia: parrebbe piuttosto figlio mio, parrebbe! E nei momenti di maggior buon umore, soleva dire, con un riso sgangherato che gli faceva il volto pavonazzo, e mostrava due file di denti piccoli e aguzzi fra' peli della barbona ispida e grigia, che doveva esser certo sonnambulo, e qualche notte durante il raccolto, nell'assenza del cugino, s'era dovuto cacciare, senza volerlo, nel letto della cugina, mannaia alla madonna!
Che colpa ci aveva lui dunque, se lo si era educato a quel modo? Chi gli aveva tolto il padre e la madre? Oh, era ben disgraziato, ecco! e a volere che la legge fosse giusta, bisognerebbe che l'istesso capestro stringesse il collo del delinquente, e quello di colui che l'ha tirato su per le forche!
Ma ad interrompere quelle sue considerazioni, si presentavano altre figure: sua moglie Rachele…. la sua bimba…. Oh, la sua bimba! la sua bimba! La vedeva rosea e ricciutella, andar per la casa barcolloni, o a carezzarlo con le sue piccole manine quando la prendeva in braccio, e la mangiava dai baci; la vedeva stringere i pugnetti e i pochi dentini quando le diceva; fai le rabbie…. E aveva dovuto abbandonarla appena slattata! Maledetto il giorno che scrisse quella malaugurata lettera minatoria al barone di Firmo, si fosse aperta la terra ad inghiottirlo!
E a quel dolce ricordo delle gioie della famiglia gli batteva il cuore, lo tormentava il pensiero che non le avrebbe potuto godere mai più. Ma il quadro cambiava bruscamente: fuggiva, sapendosi cercato dai carabinieri…. entrava nella banda Bellucci…. era preso in una casipola nelle vicinanze di Scigliano…. ammanettato, sedeva sul banco dei rei, davanti alla Corte di Cosenza. Rabbrividiva: in un fondo nero apparivano tre ombre insanguinate ad accusarlo: lo guardavano bieche….. egli le riconosceva, erano il sindaco di Saracisa…. il signor De Giovanni di S. Donato…. Rafaele il povero mulattiere. Chiuse gli occhi per non vederli, e fu peggio: essi stavano lì nel fondo nero, inesorabili, scrollando i teschi d'alto in basso quasi per dire, lo vedi come ci ha ridotto?
Allora, per sottrarsi a quella terribile visione, evocò altri ricordi. Rivide l'isola di S. Stefano, le figure più spiccate de' compagni d'ergastolo, e tra quelle, in un gruppo a parte, schivi d'insozzarsi al contatto di que' miserabili con cui l'accumunava indegnamente il governo borbonico, i detenuti politici Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Gennarino Placo…. Era stato Gennarino Placo, che, scorgendo forse in lui un cuore non corrotto del tutto, l'aveva preso a benvolere, ne aveva voluto conoscere le vicende, gli aveva parlato di morale, d'onestà, di riabilitazione ad una vita nuova col pentimento del passato, gli aveva insinuato mille buone massime, gli aveva insegnato a leggere e scrivere. Oh, perchè gli aveva insegnato a leggere e scrivere! Anche qui egli ci vedeva la mano del Destino trasportato insieme ad altri nell'ergastolo di Palermo vuoto per la rivoluzione del sessanta, perchè sapeva leggere e scrivere messo a capo de' ranceri i quali andavano a far la spesa accompagnati da un custode, aveva avuto l'agio di poter prendere il volo, un giorno che questi, invece di tenere gli occhi addosso a' galeotti com'era suo dovere, s'era messo a guardar dietro a una bella donnetta, che, con le sottane raccolte sgambettava per la strada, e mostrava le calze.