Gli elefanti marini appartengono al genere dei mammiferi, all’ordine dei cetacei ed alla famiglia delle foche, ma si può dire che per la loro struttura singolare formano un gruppo a parte.
Sono senza dubbio i più stravaganti animali delle regioni australi ed anche i più grossi, poichè misurano sovente otto metri di lunghezza e cinque di circonferenza.
Non si trovano che in quelle regioni e solamente fra il 35° e il 60° di longitudine, ma spesso salgono verso il nord e sono abbastanza numerosi anche sulle coste della Georgia e delle isole di Tristan d’Acunha e qualche volta si mostrano perfino presso le Falkland e l’isola di Juan Fernandez.
I Francesi li chiamano éléphants marins, gl’inglesi elephants seal, e gli altri macrorini. Comunque sia, questi anfibi sono veri elefanti, parlando dei maschi, poichè posseggono una vera proboscide che diventa lunga un buon piede quando l’animale è irritato e si prepara ad assalire od a difendersi. Quando invece è calmo si accorcia, diviene floscia ma più grossa. Questi colossi hanno la pelle rugosa, grossa, coperta d’un pelame corto e fitto, color bigio cenerognolo, le zampe natatoie, che somigliano a quelle delle foche, assai sviluppate, occhi grandi e sporgenti, orecchie sprovviste di padiglione esterno, denti ricurvi e robustissimi, senza essere molto lunghi.
Le femmine sono diverse però: sono più piccole, hanno il pelo bruno sopra o giallognolo sotto il ventre, non hanno unghie alle dita posteriori, e quel che è più strano, sono prive della proboscide.
Abitano le coste delle isole polari o del continente dove si divertono a guazzare nei pantani ed a tuffarsi nel mare, essendo abilissimi nuotatori. In terra invece, pesanti come sono, camminano con fatica estrema, anzi a vederli, si direbbe che soffrono assai, poichè il loro corpo trema come se fosse un enorme sacco di gelatina e i loro occhi s’iniettano di sangue.
Malgrado ciò e la lentezza delle loro mosse, essendo costretti a fermarsi per riposare ogni dodici o quindici passi, intraprendono dei veri viaggi per cercare l’acqua dolce, della quale sono estremamente ghiotti. Se ne sono veduti alcuni salire delle rupi alte dieci o dodici metri, per trovare dei serbatoi d’acqua dolce.
Non sono, questi anfibi, pericolosi, poichè non possedendo armi difensive, sfuggono l’uomo che è il solo nemico che hanno da temere. Sono però diffidenti, si tuffano al più piccolo rumore e si possono prendere solamente quando dormono a fior d’acqua.
I balenieri ne hanno distrutti moltissimi e continuano a cacciarli con accanimento, poichè se la loro carne è nera e cattiva, la loro lingua è eccellente, la loro pelle è pregiata, adoperandosi nella fabbricazione delle vetture e dei finimenti dei cavalli, e l’olio che si estrae dal loro grasso è uno dei migliori, essendo chiaro, inodoro, di gusto non cattivo, poichè non inrancidisce ed è preferibile agli altri olii illuminanti. Da un solo animale si può estrarne perfino millecinquecento libbre, essendo la parte oleifera del loro grasso, densa quanto quella delle balene.
Quello ucciso dall’equipaggio della goletta, era stato sorpreso mentre dormiva a fior d’acqua, lasciandosi cullare dalle onde. Svegliatosi bruscamente al rumore dell’elica, aveva subito cercato d’inabissarsi, ma tre marinai, che si erano affrettati ad armarsi di fucili, lo avevano colpito al capo con tale precisione da fulminarlo.