Ciò però non aveva nessuna importanza per la spedizione americana, che contava di giungere al polo per la via di terra e non per acqua. Del resto, tentarne l’esplorazione, almeno pel momento, sarebbe stata una pazzia, poichè quello stretto era bloccato da ghiacci così enormi, da sfidare gli speroni delle navi più potenti.

La Stella Polare, che aveva fretta di ripartire colla spedizione inglese, mosse verso la punta settentrionale dello stretto, la quale scendeva dolcemente verso il mare, unendosi ad un banco di ghiaccio che aveva un’estensione di oltre mille metri.

Giunta presso il banco, il capitano Bak fece mettere in mare le scialuppe, ormeggiare solidamente la nave ad un piccolo ice-berg, poi ordinò lo scarico del materiale appartenente alla spedizione americana.

Wilkye fece scendere a terra i suoi marinai americani che aveva condotto con sè, sei pezzi d’uomini alti come granatieri, robusti come tori, colle spalle larghe, i volti abbronzati dai venti del mare e dalla salsedine, poi i due velocipedisti.

Tosto l’equipaggio inglese cominciò lo scarico, accumulando sul banco una considerevole quantità di legnami che parevano destinati a qualche costruzione, un gran numero di casse, di barili, di colli di proporzioni gigantesche e una provvista di carbone calcolata a due tonnellate e quindi calò una scialuppa che poteva contenere comodamente tutti i membri della spedizione.

— Vi manca nulla? chiese Linderman a Wilkye, che numerava con grande attenzione tutti quegli oggetti.

— No, signore, rispose l’americano.

— Allora riparto.

— Vi auguro di raggiungermi al polo.

— Ed io vi auguro che non vi possiate giungere, rispose l’armatore ruvidamente.